Incontro il mio amico sotto casa. Mentre entriamo nel bar, gli racconto di aver partecipato qualche giorno fa alla manifestazione di solidarietà per il Prof. Coppoli, che è stato deferito ai superiori per aver tolto il crocefisso dall’aula dove insegna. Mi lamento che eravamo in pochi, troppo pochi per l’importanza simbolica dell’evento. Qualche pensionato, alcuni studenti, pochi disoccupati e i soliti professionisti delle manifestazioni.

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Noi che speravamo nell’Europa siamo costretti a fare i conti con la dura realtà: l’Europa, fondamentalmente, se ne frega del nostro paese. La sentenza definitiva di Strasburgo coglie impreparati i laici che al massimo si aspettavano una soluzione cerchiobottista che pur confermando l’impianto del primo grado (passato all’unanimità, ricordiamocelo) trovasse una soluzione che permetteva all’Italia di cavarsela senza pagar dazio. Invece si è avuta una sentenza che ribalta in modo totale il primo grado della CEDU e riconosce come valide le argomentazioni dello stato italiano (tranne una quella sul significato culturale e non religioso del crocifisso) dicendo che: «la decisione di perpetuare o meno una tradizione dipende dal margine di discrezionalità degli Stati convenuti» e che «a Corte considera che non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne».

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1) Avendo già parlato dell’intervista concessa al “Corriere della Sera” dal Professor Cardia (d’ora in avanti: PC) [1], passiamo al di Lui intervento  a Palazzo Chigi il 26 Aprile 2010, sempre concernente la evidentemente tormentosa questione della sentenza emessa dalla Corte di Strasburgo sulla rimozione del Crocifisso dalle aule scolastiche. In maniera senz’altro dotta, Egli ha mosso non pochi rilievi, di cui ci pregiamo di fornire una selezione, quasi un florilegio: “Ritengo che la Corte non abbia tenuto conto di alcuni elementi (giuridici e di fatto) … e sia incorsa in qualche caso in veri e propri errori … In primo luogo la Corte ha contraddetto la propria pluridecennale giurisprudenza da almeno due punti di vista. … Si tratta … del principio di sussidiarietà … che soltanto nella sentenza sul crocifisso non […]

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1) Quest’ultima decade dell’Aprile 2010 è senz’altro molto impegnativa per il Professor Carlo Cardia, che insegna Diritto Ecclesiastico all’Università di Roma Tre, poiché sta dando il meglio di sé nel praticare lo sport in cui eccelle: l’arrampicarsi sugli specchi [1]. Così, comunque, Egli offre la dimostrazione migliore delle superiori capacità che la Fede insuffla/infonde nei Suoi difensori. 2) Il Professore ha iniziato la Sua ascesa, concedendo un’intervista al “Corriere della Sera”, in relazione alla sentenza con cui la Corte di Strasburgo ha decretato che il Crocifisso non deve essere esposto nelle aule scolastiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dire che il Professor Cardia (d’ora in avanti: PC) si è subito avvalso dell’argomento principe di color che argomenti non hanno: “(La sentenza; NdA) Non approfondisce la questione e la esamina da un […]

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Il Governo ha presentato ricorso sulla sentenza della Corte europea che invita lo Stato italiano ad astenersi dall’esporre simboli religiosi nelle aule scolastiche. Tra le motivazioni del ricorso, il fatto che “La presenza del crocifisso in classe rimanda ad un messaggio morale che trascende i valori laici e non lede la libertà di aderire o non aderire ad alcuna religione”. Intanto, nove senatori Pdl hanno stilato una proposta di legge che prevede l’arresto fino a sei mesi e una sanzione da 500 a mille euro per chi rimuove il crocifisso o si rifiuta di esporlo negli uffici pubblici, nelle scuole e università, nelle aule di Comuni, Province, Regioni e circoscrizioni, nelle comunità montane, nei seggi elettorali, nei carceri, nei tribunali, negli ospedali, in stazioni, porti, aeroporti, sedi diplomatiche e uffici italiani all’estero. […]

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La reazione diffusa conseguente all’aggressione fisica a Silvio Berlusconi è stata, giustamente, di solidarietà alla persona e di difesa dell’istituzione della Presidenza del Consiglio. Voglio ricordare che è di circa un mese fa la sentenza sul crocifisso della Corte europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), organismo sovranazionale riconosciuto dall’Italia, che ne è uno dei membri fondatori, in cui veniva condannato lo Stato Italiano per il mancato rispetto di alcuni diritti fondamentali nei confronti della nostra famiglia, titolare del ricorso. In quell’occasione non c’è stato alcun rispetto né per le nostre persone né per l’istituzione (CEDU): autorevoli personalità politiche vi si sono scagliate contro, arrivando a forme di aggressione verbale inaudite; un ministro della Repubblica ha gridato davanti alle telecamere della RAI che: “…possono morire loro (cioè i proponenti, quindi la mia famiglia) e […]

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Personalmente non soffro di quella sudditanza psicologica nei confronti del Dalai Lama che sembra colpire molti laici italiani, però non posso negare di averlo sempre considerato una guida religiosa illuminata e non integralista come sono i rappresentanti delle altre maggiori religioni. Questa impressione è stata confermata Venerdi mattina leggendo l’intervista che il monaco tibetano in esilio aveva rilasciato all’espresso; esprimendosi sul tema del crocifisso aveva detto (testuali parole): “È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole, e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere tra religione e cultura. Non si può negare che l’Europa abbia radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione. Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il sacrificio supremo […]

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L’ironia, quando non è strumento del potere, che obbliga alla risata di regime, ma mira ad evidenziare le contraddizioni dello stesso, fa sempre bene; il potere giudiziario, dopo tutto fa parte di quella triade che abbiamo ereditato dalla modernità e che, formalmente divisa, appartiene e concorre a formare la cultura politica di un paese. Da noi le sentenze non fanno legge, come altrove, ma quando sono innovative, quando si inseguono copiandosi a vicenda (ovvero quando fanno dottrina), lasciano il segno o – meglio – rendono visibile un mutamento. C’è una tradizione giuridica, sospesa tra il pensiero marxista e quello realista, che ci dice una cosa semplice: le sentenze sono semplicemente la conferma di quello che vige nella società; il giudice – detto altrimenti – emette un parere di conformità. Sotto questo aspetto […]

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