Don Gelmini e l’eccessiva difesa dei sepolcri imbiancati [manifesto]

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* Franco Corleone sul manifesto

La destra cattolica e sanfedista con il corollario teocom e teodem che della lotta alla droga ha fatto in questi anni una bandiera ideologica per attaccare il preteso permissivismo laicista, ha reagito alla notizia delle indagini per abusi sessuali contro don Gelmini usando un armamentario che ha dell'incredibile. L'indagine sarebbe frutto di «un accanimento contro la chiesa» secondo la senatrice Binetti, l'infatuato Volontè dell'Udc chiede l'invio degli ispettori ministeriali presso la procura di Terni, l'intera compagnia di giro del proibizionismo nostrano lancia anatemi contro chiunque attenti all'immagine del santo, salvatore dei tossicodipendenti. Infine il ministro Mastella si preoccupa delle «strumentalizzazioni di carattere anticlericale».


Quale è la ragione di questo eccesso, di questi toni fuori misura, soprattutto a seguito della proclamata certezza che le accuse siano false e destinate a essere presto archiviate?
Il timore – sembrerebbe – che dopo i tanti casi di esponenti del centrodestra colti con le mani nel sacco (nella polvere bianca per meglio dire), la caduta dell'icona del proibizionismo più intransigente dimostri l'inconsistenza morale di tanti sepolcri imbiancati, rivelando una costruzione etica fondata sull'ipocrisia.
Ovviamente non è in gioco la presunzione di innocenza. Questa, per chi è garantista non a corrente alternata, è un principio costituzionale e un fondamento dello stato di diritto, valido a maggior ragione verso gli avversari. Dunque anche per Don Gelmini. Ma la vicenda – in sé molto mediocre – interessa per la metafora che esprime al di là della «realtà» effettiva e dei fatti concretamente verificatisi. Altro che gogna mediatica! Finalmente uno squarcio di verità potrà aprirsi sui rapporti di potere, di sudditanza psicologica e di prevaricazione che si instaurano in comunità chiuse fondate sul carisma autoritario. Leggendo le cronache dei giornali d'opinione si rivive lo stesso atteggiamento che tanti anni fa si verificò in occasione delle vicende giudiziarie di Vincenzo Muccioli e di San Patrignano. Ciò che è assolutamente insopportabile è che si contestino a priori le accuse di ex ospiti della comunità che non sarebbero credibili in quanto tali, considerati di per sé incapaci di intendere e volere, o meglio capaci solo di mentire, di odiare e vendicarsi. Insomma refrattari al pentimento, secondo lo stereotipo che domina nelle feste della salvezza che ogni anno si celebrano a Amelia.
Luciano Lama non era un antiproibizionista e neppure un estremista, ma ricordo bene le angustie e il fastidio che mi esprimeva per il rapporto difficile tra lui, sindaco di Amelia e don Gelmini durante schiette conversazioni al Senato negli anni novanta a causa della pretesa extraterritorialità della comunità e del rifiuto di sottostare alle regole rispettando la legalità.
Chi non aveva dubbi su don Gelmini era Giancarlo Arnao, che nell'ultimo editoriale scritto per Fuoriluogo nell'agosto del 2000 stigmatizzava la costituzione di un «Osservatorio sociale delle politiche giovanili» della provincia di Roma allora presieduta da un esponente di Alleanza nazionale affidato a don Gelmini per studiare la strategia antidroga. Don Gelmini proclamava: «Sicuramente dovremo rimettere in discussione la distribuzione del metadone. La proposta che sottoporremo alla provincia è quella di restringere la distribuzione del metadone a un arco temporale di tempo che non superi il mese… Dobbiamo opporci all'idea della riduzione del danno…». E ancora: «Noi non sforneremo cifre, non ci interessa una sarabanda di analisi critiche. I giovani non hanno bisogno di tuttologhi, ma di punti di riferimento, di valori».
Commentava amaramente Arnao: «Ma controbattere gli argomenti di chi (a nome di una amministrazione pubblica, pagato coi soldi delle nostre tasse) afferma senza arrossire che i tossicodipendenti si curano con la 'cristoterapia' e che il metadone è uno 'spaccio statale che non risolve il problema', ci pare sarebbe veramente una mancanza di rispetto verso quell'enorme mole di serio lavoro scientifico internazionale (avallato anche dall'Oms) che ha ampiamente dimostrato l'utilità del metadone per il trattamento della tossicodipendenza da eroina». E con il tratto dell'ironia concludeva: «Dopotutto, visto che possiamo difenderci con i cannoni, perché sprecarli per una zanzara»?
Don Gelmini, così refrattario ai dati scientifici è invece prodigo nel dare i numeri delle proprie comunità, dei giovani presenti e dei tossicodipendenti salvati. 162 comunità in Italia e 12 mila ospiti contrastano con i dati dell'ultima relazione del governo che fa riferimento a 730 comunità residenziali con una utenza di non più di 11 mila persone. Che sia una riedizione del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci?
Io so che don Gelmini è colpevole. Colpevole della mistificazione moralistica e del sostegno alle leggi repressive che creano decine di migliaia di vittime ogni anno solo in Italia. Colpevole di avere ritenuto la legge Fini-Giovanardi che ha prodotto una svolta ultra punitiva troppo moderata. Colpevole di accreditarsi come guru casereccio contro la scienza. Colpevole, letta la sua intervista apparsa domenica sul Corriere della Sera in cui si fa riferimento a una lobby ebraico-radicalchic, di razzismo e di intolleranza.
Oportet ut eveniant scandala: un'occasione finalmente per iniziare una discussione che elimini zone franche e zone d'ombra, che affermi la libertà terapeutica e i diritti e la responsabilità di tutti.

10 Agosto 2007   |   articoli   |   Tags: