Se pensavamo chiusa la stagione del lessico faidaté di berlusconiana memoria, dobbiamo ricrederci. Dopo termini quali contestualizzazione (ricevere il perdono ecclesiastico in cambio di quattrini nelle casse vaticane), perseguitato (indagato dalla Giustizia), utilizzatore finale (cliente di prostitute), tanto per fare qualche esempio, oggi è la volta di biopolitica, un vocabolo in realtà non nuovo che sancisce un aberrante principio.
Lo rispolvera l’ex sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, sì proprio quella che ha varato liberticide linee guida sull’applicazione della legge 40, ha sostenuto il ricovero coatto nel caso di aborto chimico perché altrimenti abortire sarebbe troppo “facile”, ha proclamato la data della morte di Eluana Englaro “Giornata nazionale degli stati vegetativi” e, dulcis in fundo, ha paragonato la diagnosi preimpianto degli embrioni all’eugenetica.
In un articolo del 17 marzo su Avvenire, Roccella lancia la sua denuncia: «Le notizie apparse sui giornali negli ultimi giorni dovrebbero aver reso chiaro, una volta di più, che non si può escludere la biopolitica dall’agenda pubblica». Le notizie cui si riferisce ce le dice lei stessa qualche riga dopo: «Prima la risoluzione del Parlamento europeo contro le definizioni “restrittive” di famiglia; poi la notizia del bimbo inglese affidato dai giudici a tre genitori, tutti omosessuali; e ancora la sentenza della Cassazione sulla trascrizione dei matrimoni gay. Il tutto, dopo un’incandescente polemica accademica sulla possibilità di uccidere i neonati, e in attesa che la Corte Costituzionale si esprima sulla procreazione assistita eterologa».
Tutti diritti civili, quelli nominati dall’ex sottosegretario, ben lontani dal prefisso “bio” (vita) che essa stessa affibbia a questa tipologia di problemi. L’unione tra persone, di diverso o dello stesso sesso, è un diritto, così come la procreazione eterologa, in natura tutt’altro che infrequente. Quanto all’”aborto post nascita”, trattasi appunto di questione accademica, e in uno Stato con la nostra struttura legislativa il rischio che arrivi sugli scranni parlamentari è pari a zero visto che si sta parlando di omidicio. Non contenta, Roccella accenna inorridita alla semplificazione attuata dal governo sulle procedure per il cambio di cognome; anch’essa rientrerebbe, per un’alchimia difficile da capire, nel campo della biopolitica.
Su un punto la deputata del Pdl ha ragione: questo governo non ha alcuna intenzione di affrontare i temi legati ai diritti civili. E, vista la composizione a prevalenza cattolica dell’attuale esecutivo, potremmo anche esserne contenti se non fosse che il prossimo potrebbe essere peggio. Per contro le sue parole, condivise dai suoi alleati politici, indicano una stortura nella percezione del diritto personale. Il quale non è e non può essere legato a questa o quella maggioranza parlamentare né ridursi a una questione politica, perché è invece aderenza ai principi costituzionali, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, infine, all’evoluzione della società. I temi che una parte del parlamento, in perfetta sintonia con la Chiesa, continua a chiamare sensibili sono tali solo per una fascia di popolazione, quella che crede nell’inscindibilità del matrimonio, nella natura divina della vita (dio la dà dio e solo lui la può togliere), nel peccato di omosessualità o di convivenza more uxorio. Gli altri li chiamano semplicemente “diritti”.
Roccella ci ha ricordato che i nostri politici cattolici – a oggi la maggioranza – sono tutt’altro che adulti, ossia capaci di scindere le loro personali convinzioni etiche dalla concezione del diritto che riguarda tutta la popolazione. Costoro attentano al concetto stesso di democrazia, che non è dittatura della maggioranza ma un sistema di governo che garantisce rappresentatività a tutti i cittadini. E solo leggi laiche la possono assicurare, perché permettono a ognuno di vivere secondo coscienza nel rispetto dell’altrui libertà di scelta. Finché i diritti fondamentali saranno preda della politica, o per dirla alla Roccella della biopolitica, saremo condannati a vagare in un limbo che di democratico, in merito, non ha alcunché.

Non concordo con l’articolo per due motivi: il primo è di metodo, il secondo di merito. la cosa più interessante, però, è che le due obiezioni sono tra loro connesse. Innanzitutto prendersela con la biopolitica mi sembra un modo errato di porre la questione; se si indica la luna è buon prassi non guardare il dito. La biopolitica non è una corrente di pensiero o un campo di azione, nel quale da laici ci collochiamo, quindi ha davvero poco senso gettare via questo termine. Lo stesso vale per il concetto di politica, egualmente disprezzato. In parole povere l’autrice sostiene che la politica fa schifo, poiché è cosa ben diversa dai diritti fondamentali. Ma questi diritti da dove arrivano? Dalla luna? Sono un dono divino? Quando si scrive un articolo, a maggior ragione da una persona che si dichiara laica, questi secondo me sono errori m-a-d-o-r-n-a-l-i. La politica è interessarsi della società nella quale si vive, quindi anche lottare per i propri diritti. Senza l’intervento delle donne nello spazio politico, per esempio, non avremmo avuto molte vittorie. Per chiudere: la biopolitica è il campo nel quale i laici intervengono e non è una opzione politica. Parlare di testamento biologico – nella nostra accezzione – è una presa di posizione biopolitica e su questo non c’è di che vergognarsi o di che indignarsi… a meno che non ci si considera superiori. E questo non è affatto laico.
@Marco
Nessun disprezzo per la politica, che però a parer mio non dovrebbe occuparsi di questioni già definite chiaramente nella Costituzione. Il testamento biologico è un tema di tipo medico e va affrontato da esperti del settore non da politici per rivendicare la sacralità della vita. Lo stesso dicasi per la pillola abortiva o la contraccezione di emergenza, approdata in parlamento nonostante i pareri già definiti delle commissioni mediche preposte (e l’Aifa). Le unioni di fatto sono un diritto basilare degli individui, l’autodeterminazione della persona (in particolare della donna) idem. Tutti diritti costituzionali.
Legare il riconoscimento dei diritti civili a una maggioranza politica significa ridiscuterli ad ogni legislatura e legarli a un pensiero etico personale. E non è questo il binario su cui procedere. Ci sono diritti, e sono quelli umani, che non possono essere merce della politica bensì capisaldi di un sistema democratico. Tutto qui. Spero di essermi spiegata meglio.
Salve Cecilia, un conto è una maggioranza politica parlamentare. Altro è una maggioranza costituente. La prima cambia, anche solo apparentemente. La seconda può cambiare, ma in circostanze per precise e con maggioranze speciali, quindi con una discussione che va ben oltre maggioranze occasionali costituite ad hoc da una legge elettorale altrettanto ad hoc. Tuttavia anche quella costituente è sempre politica; anzi… Politica. E in merito ai diritti civili si può ben definire Biopolitica. Questa è la questione; non mettere in evidenza la natura Politica dei diritti umani è un errore.