Dopo il libro comico di Michael Drosnin (da ricordare sempre che l’autore, dopo aver lungamente studiato i codici segreti contenuti nella bibbia prevedeva la guerra termonucleare per la fine del 2006) con l’omonimo titolo è uscito in Italia, ormai da qualche mese,

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Dopo il libro comico di Michael Drosnin (da ricordare sempre che l’autore, dopo aver lungamente studiato i codici segreti contenuti nella bibbia prevedeva la guerra termonucleare per la fine del 2006) con l’omonimo titolo è uscito in Italia, ormai da qualche mese, il nuovo(?) film dei fratelli Hughes che dopo il discreto “From Hell” si sono voluti cimentare con il filone post-catastrofico (facciamo una regola per cui più di due polpettoni catastrofisti l’anno non si possono fare? grazie). Diciamo subito che il film non brilla per originalità, ma forse questo è un fatto voluto, fare un omaggio cioè a Mad Max (o a Ken il Guerriero se vogliamo proprio dirla tutta)  con Denzel Washington che interpreta il ruolo dell’eroe misterioso e silenzioso che attraversa le terre desolate con una missione da compiere. […]

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Andando a vedere un film tratto da un romanzo vincitore del premio Pulitzer, non è  che uno debba aspettarsi per forza un capolavoro… ma auspicare un lavoro degno almeno di una sufficienza stiracchiata credo sia legittimo. La delusione che invece da questo lungometraggio è pressoché totale, poco o niente sa salvare nei noiosissimi 120 minuti di proiezione. Perfino Viggo Mortensen, l’indimenticabile Aragorn del Signore degli anelli,

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Andando a vedere un film tratto da un romanzo vincitore del premio Pulitzer, non è  che uno debba aspettarsi per forza un capolavoro… ma auspicare un lavoro degno almeno di una sufficienza stiracchiata credo sia legittimo. La delusione che invece da questo lungometraggio è pressoché totale, poco o niente sa salvare nei noiosissimi 120 minuti di proiezione. Perfino Viggo Mortensen, l’indimenticabile Aragorn del Signore degli anelli, che aveva dimostrato in altre pellicole di essere attore anche senza l’enfasi del blockbuster miliardario, qui arranca e fatica ad essere convincente in una sceneggiatura che ha più buchi di un formaggio svizzero. Stendiamo un velo pietoso sull’originalità della storia, o meglio sulla totale mancanza di questa,: la solita terra post-apocalittica, i soliti profughi in viaggio verso una terra promessa fra lande desolate, i soliti sopravvissuti […]

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Ci mancava proprio l’ennesimo polpettone mistico sulla fine del mondo. Se fino ad ora Hollywood aveva almeno salvato le apparenze cercando di mettere insieme nei catastrofici filmoni di fine/inizio millenio, trame che, per quanto attaccate con lo sputo, dessero un minimo di senso logico alla produzione, in questa ciofeca non ce n’è traccia alcuna. L’ennesima bambina che fa l’ennesima profezia sulla fine del mondo perché riceve messaggi da… da… boooohhhh il film non chiarisce, può essere l’adilà, il paradiso, il futuro (come riporta la pessima traduzione italica del titolo del film: “knowing” da noi diventa “segnali dal futuro”), gli alieni e chi più ne ha più ne metta. Alex Proyas, regista che di memorabile ha soltanto “il Corvo” alle spalle, o ha le idee un po’ confuse o non ne ha proprio. […]

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