L’affaire Emanuela Orlandi e il silenzio del Vaticano

Certi casi giudiziari, nel paese dove fioriscono i limoni, si comportano come un fiume carsico: deflagrano saturando per un po’ il sistema mediatico, poi svaniscono dalle prime pagine per riemergere appena più in là qualche tempo dopo. Naturalmente restando irrisolti. Sono perfino arrivati a costituire un genere giornalistico di qualche successo, facendo la fortuna di commentatori che si limitano a rimestare false piste e mezze verità alludendo però, al contempo, a scenari suggestivi.

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Anche “Avatar” sperimenta in Italia gli strali del Sant’Uffizio: nei giorni dell’imminente uscita del film, Radio Vaticana ne ha condannato il vago “panteismo” aggiungendo che Cameron “strizza abilmente l’occhio a tutte quelle pseudo-dottrine che fanno dell’ecologia la religione del millennio. La natura non è più la creazione da difendere, ma la divinità da adorare“. Voglia di riconfermare un’egemonia culturale in crisi approfittando dell’evento mediatico? Può darsi. Il Vaticano non è però nuovo alle crociate cinematografiche. Per limitarci alle iniziative più recenti, ricordiamo la “scomunica” nei confronti della saga di Harry Potter: in quel caso Josef Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, allora “guardiano della fede”, parlò (era il 2003) a proposito dei film sul maghetto di “subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell’anima, prima che possa crescere propriamente“. Anche “La […]

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