Se questo è giornalismo…

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Nell’Italia del 2026 — quella guidata dal governo di Giorgia Meloni — una giovane attrice e regista, Rossella Fava, decide di portare in scena uno spettacolo d’élite su un tema scomodo e divisivo: la gravidanza per altri.
Una scelta che nasce dall’incontro con coppie italiane che questo percorso lo hanno davvero affrontato, spesso costrette a recarsi all’estero. Da quei racconti personali prende forma uno spettacolo teatrale che, nel solco del metodo Stanislavskij, prova a restituire realtà e vissuti.
Lo spettacolo si intitola M(other) — un inglesismo evocativo che richiama “Mother for Other” — ed è andato in scena dal 12 febbraio al Teatro della Cooperativa di Milano, diretto da Renato Sarti, con repliche fino al 22 febbraio.
Non ho ancora avuto la possibilità di vederlo. Ed è proprio per questo che, da giornalista, mi limito a raccontare ciò che è verificabile: titolo, debutto, contesto e intenzioni dichiarate.

Quello che mi ha spinto a scrivere, invece, è un articolo apparso sul quotidiano La Verità, firmato da Patrizia Floder Reitter, che ha attaccato lo spettacolo e il teatro con toni estremamente duri.
La questione non è il dissenso — sacrosanto — ma il metodo. Si può criticare uno spettacolo senza averlo visto? Si può attribuire un intento propagandistico senza aver verificato contenuti e messinscena?
Il pezzo sostiene che lo spettacolo promuoverebbe la maternità surrogata, evocando perfino possibili sanzioni economiche. Ma senza la visione diretta dell’opera o prove circostanziate, il rischio è quello di trasformare un’ipotesi in una certezza narrativa. E quando il racconto precede la verifica, il confine tra informazione e opinione militante diventa sottile.
Il titolo dell’articolo — “Soldi pubblici allo show sulla surrogata” — apre poi un altro tema: i finanziamenti pubblici alla cultura.
Molti teatri italiani, come numerose realtà culturali, sopravvivono anche grazie a fondi statali. Ma attribuire finanziamenti specifici a una singola produzione richiede dati aggiornati e verificabili. Se le pubblicazioni ufficiali si fermano al 2024, affermare che fondi pubblici abbiano sostenuto direttamente lo spettacolo nel 2026 rischia di diventare una deduzione, non un fatto.

C’è poi la questione delle fonti e del contraddittorio.
In un articolo compare una sola voce politica: quella della Ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. Non risulta invece il punto di vista della regista, della compagnia teatrale o delle persone direttamente coinvolte nel progetto artistico.
Anche la presenza di posizioni istituzionali è legittima, ma un’informazione equilibrata dovrebbe includere più prospettive, soprattutto su temi complessi.
Nel pezzo vengono riportate frasi e posizioni politiche già espresse in altre sedi — dalle dichiarazioni pubbliche alle prese di posizione internazionali, come gli interventi presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite — senza però un approfondimento sulle storie reali delle coppie o delle gestanti.
Eppure esistono contesti in cui queste esperienze sono state raccontate direttamente: ad esempio il convegno “Famiglie e diritti universali”, promosso nel 2024 da Associazione Luca Coscioni insieme a Famiglie Arcobaleno, tenutosi presso la Camera dei Deputati.
In quella sede — nella Sala Matteotti — hanno parlato coppie, gestanti e persone nate tramite questi percorsi. Voci che spesso restano ai margini del dibattito mediatico.
Nel frattempo, il tema legislativo continua a essere centrale. Dopo l’approvazione della legge proposta dall’onorevole Carolina Varchi — che introduce il cosiddetto “reato universale” — il confronto pubblico si è irrigidito ulteriormente.
Indipendentemente dalle posizioni personali, il rischio è che il dibattito degeneri in slogan contrapposti, lasciando poco spazio alla complessità delle esperienze umane e alle conseguenze sociali, anche per i figli e le figlie coinvolti.

Ed è qui che torna il nodo del giornalismo.
Raccontare significa verificare, ascoltare più voci, distinguere fatti e opinioni. Non rinunciare al giudizio critico, ma fondarlo su conoscenza diretta o su fonti solide. Altrimenti il racconto diventa autoreferenziale, costruito per catturare click e alimentare polarizzazione — tra titoli acchiappapancia e discussioni da social, tra una serie su Netflix e una cena al sushi.
La domanda finale resta semplice: vogliamo davvero un’informazione che si limiti a dirci come e cosa pensare? O preferiamo un giornalismo capace di mettere in discussione le proprie certezze, anche quando il tema è scomodo?
Ho ancora una speranza: che l’Ordine dei Giornalisti continui a promuovere un dibattito serio sul metodo e sulla responsabilità dell’informazione. Non per censurare opinioni, ma per ricordare che la credibilità si costruisce con rigore, pluralità e rispetto dei fatti.

Maria Sole Giardini

15 Febbraio 2026   |   articoli, attualità, in evidenza   |   Tags: , , , , , ,