LAICI FURIOSI E LAICI ACCOMODANTI

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Paolo Bonetti su italialaica.it

Anche su Italialaica si è parlato, qualche tempo fa, del libro di
Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset, dedicato a quelli che
lui chiama laici furiosi, perché incapaci, a suo parere, di comprendere
le valide ragioni morali e civili della presenza religiosa (in
particolare, di quella cattolica) nella vita pubblica. Alle
argomentazioni di Bosetti avevano risposto polemicamente, sulle pagine
del Mulino, una rivista che fin dai primi anni Sessanta promuove il
dialogo fra laici e cattolici, Gian Enrico Rusconi e Maurizio Barberis,
parlando a loro volta di laici accomodanti, troppo corrivi a un dialogo
con la Chiesa cattolica in cui troppo facilmente si dimenticano le
ragioni dello Stato laico. Recentemente, nell'ultimo numero di Reset,
Bosetti è tornato sull'argomento, accusando Il Mulino di aver
dimenticato la sua antica funzione di luogo d'incontro fra mondo laico
e mondo cattolico, per trasformarsi anch'esso in un megafono del
laicismo più esasperato e aggressivo. Accusa quest'ultima che è apparsa
esagerata e inconsistente a uno dei padri nobili della rivista, il
cattolico Luigi Pedrazzi, che ha invitato Bosetti ad analizzare un po'
meglio i rischi che la laicità oggettivamente corre nell'Italia degli
atei devoti e del berlusconismo che adopera la Chiesa per scopi
smaccatamente politici. E non ha mancato di deprecare l'abbandono, da
parte della stessa Chiesa, di quello slancio rinnovatore che l'aveva
pervasa negli anni del concilio ecumenico e che era anche, sul piano
dei rapporti con il potere civile, una promessa di maggiore laicità.


Questa polemica ha certamente la sua ragion d'essere e solleva problemi sempre aperti, specialmente in quel mondo cattolico che non intende ridurre la religione a instrumentum regni e continua a pensare che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, senza per questo rinunciare ai diritti di Dio, che appartengono però a un'altra sfera, anche nel caso in cui non si voglia ridurre la religione a una semplice questione privata, a una fede da vivere esclusivamente nell'ambito della propria coscienza o, tuttalpiù, sotto le volte di un tempio. In realtà, il problema della laicità in Italia non è quello di una improbabile scelta fra accomodanti e furiosi, ma quello di essere semplicemente e fermamente laici, pur riconoscendo alle confessioni religiose, cristiane e non cristiane, un ruolo pubblico che ormai è oggettivamente impossibile disconoscere. Si dice che la Chiesa cattolica fa il suo mestiere difendendo la sua concezione della vita personale e sociale. E sta bene. Questa affermazione, però, vale anche per tutte le altre confessioni cristiane presenti sul nostro territorio, e vale altresì per gli islamici, gli ebrei, i buddisti, gli induisti, gli agnostici, gli atei, e per gli adepti di ogni altra ideologia e sistema morale. Ma possono pretendere tutti costoro, maggioritari o minoritari che siano, in una società moralmente plurale come la nostra, di vedersi riconosciuta dall'ordinamento giuridico una qualche posizione di privilegio che neghi agli altri di vivere secondo i propri valori e le proprie convinzioni?

La risposta non solo del laicismo ma del semplice buon senso è che questa pretesa integralista non può essere accettata, non solo perché viola i fondamentali diritti individuali, ma mette anche in pericolo quell'ordine civile che lo Stato è chiamato a tutelare come premessa e fondamento dell'esercizio di ogni libertà. Qui non si tratta di essere laici furiosi negando il ruolo pubblico delle religioni, ma di ricordare a tutte le religioni, ideologie e morali, che la loro funzione pubblica, esercitata in piena libertà, riguarda la sfera della società civile, dove esse possono, attraverso un dialogo pacifico e paritario, cercare di convertire i diversamente credenti e pensanti. L'obiezione che spesso si sente fare da parte cattolica a questa limitazione del ruolo pubblico del cattolicesimo come, d'altra parte, di ogni altra concezione del mondo, è che in questo modo si impedisce ai cattolici di plasmare la legislazione secondo i loro valori, allo stesso modo in cui un partito politico che ha ottenuto il consenso maggioritario degli elettori, cerca di fare leggi che siano in sintonia con il suo programma.

Ma il paragone non è calzante e tanto meno convincente. Un partito politico democratico (non parliamo di quelli totalitari) non tenterà mai di imporre per via legislativa alla coscienza dei cittadini dissenzienti i propri valori morali di fondo. Esso, proprio perché democratico, è pienamente consapevole del fatto che c'è una sfera intangibile della coscienza, anzi delle coscienze (usare il plurale è, in questo caso, fondamentale), che non può essere coartata mediante le leggi. Tanto per fare un esempio, non è ammissibile che un partito, per quanto maggioritario, voglia imporre a tutti cittadini le proprie preferenze in materia di cure terminali o in materia di scelte affettive e sessuali, negando a coloro che fanno scelte diverse alcuni diritti peraltro costituzionalmente sanciti. Se questo vale per un partito che, mediante libere elezioni, esercita il potere civile, a maggior ragione deve valere per una Chiesa che non ha avuto dagli elettori alcun mandato di governo. Se dire questo significa essere furiosi, sarà il caso, come Erasmo, di scrivere un altro elogio della follia.

8 Giugno 2010   |   articoli   |   Tags: