Finanza bianca. La chiesa, i soldi, il potere

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AGGIORNAMENTO:
il libro ora risulta disponibile (lafeltrinelli, ibs).

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Giancarlo Galli: 'Finanza bianca'
di Sandro Magister

Non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto
meno s'è arricchito. Ma Giovanni Paolo II lascerà al suo successore una
lauta eredità: un Vaticano rimesso a nuovo, con i conti a posto, i
profitti floridi, gli amministratori fidati.


Sono quattro, in Vaticano,
gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo Ior,
Istituto per le Opere di Religione; l'Apsa, Amministrazione del
Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della
Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di
ciascuno c'è un cardinale.

Ma con un'avvertenza. Perché allo Ior, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e due figli, il banchiere Angelo Caloia.

Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione. Anche nelle date i due hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello Ior e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto. La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.

L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori a ruota del bestseller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è Finanza bianca e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi della finanza laica caduti nelle loro mani o assediati.

Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua 'identità cristiana'. La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una 'Caporetto etica' dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo Ior. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, unico baluardo di una finanza moralmente corretta.

Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva fatto i suoi pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello Ior regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressappochista, mal consigliato", e un prelato italiano che è tra gli autori di questi cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo Ior è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di Stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 406 milioni di dollari a titolo di 'contributo volontario', sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis, ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.

Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della crociata contro la finanza laica e il suo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.

Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla Cariplo, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo Ior.

Non solo. Casaroli gli chiede di riscriverne gli statuti. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello Ior. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente della banca Ubs, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.

Ma alla macchina dello Ior resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato. Si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'Apsa, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, con un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, ex presidente dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo Ior faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'Apsa.

Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della Bundesbank, Hans Tietmeyer. E il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoppiano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz. Nel 2000 è riconfermato presidente. L'ultima parola l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello Ior a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più".

Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più contro di lui. All'Apsa c'è il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no presidente Caloia, il suo Ior, almeno questo, non passerà certo al nemico.

L'Ior

L'Istituto per le Opere di Religione opera in tutto il mondo da un'unica sede, nel torrione di Niccolò V addossato al palazzo del papa. Non fa prestiti e non emette assegni propri. Il suo scopo essenziale è far fruttare i patrimoni. Una parte cospicua delle rendite è devoluta al papa. I depositanti sono diocesi, parrocchie, ordini soprattutto femminili, enti e privati con finalità religiose. Lo Ior investe soprattutto in obbligazioni e opera su dollaro, yen ed euro. Vanta risultati "d'assoluto rispetto anche in periodi difficili per i mercati finanziari". Ha smobilitato tutte le sue passate partecipazioni azionarie tranne una: quella in Banca Intesa, di cui detiene oggi lo 0,8 per cento, tramite la finanziaria Mittel. Quando la banca presieduta da Giovanni Bazoli era sotto l'assedio di Mediobanca, lo Ior l'aiutò portando temporaneamente la sua quota al 2 per cento. Ma oggi Angelo Caloia, presidente della banca vaticana, è molto critico nei confronti di Banca Intesa. L'accusa di "gigantismo" e di "distruggere ricchezza anziché crearne". Nel 2002 la caduta in Borsa del titolo "comportò una decurtazione del contributo dello Ior al Santo Padre nell'ordine di qualche decina di miliardi di lire".

21 Febbraio 2008   |   articoli   |   Tags: