Personalmente non soffro di quella sudditanza psicologica nei confronti del Dalai Lama che sembra colpire molti laici italiani, però non posso negare di averlo sempre considerato una guida religiosa illuminata e non integralista come sono i rappresentanti delle altre maggiori religioni.
Questa impressione è stata confermata Venerdi mattina leggendo l’intervista che il monaco tibetano in esilio aveva rilasciato all’espresso; esprimendosi sul tema del crocifisso aveva detto (testuali parole): “È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole, e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere tra religione e cultura. Non si può negare che l’Europa abbia radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione. Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre inutili e ingiuste sofferenze a nessuno”.
Ora, per quanto non esprima un giudizio netto e deciso, non mi sembra certo una posizione volta a mantenere l’imposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Nel pomeriggio del venerdì e nella giornata di Sabato invece le agenzie riprendevano una presa di posizione nettamente diversa espressa, pare, durante l’incontro con Alemanno. Come riporta l’ADNKronos del 18 Novembre infatti, pare (obbligatorio usare i condizionali a questo punto) che il Dalai Lama abbia detto: ”E’ di fondamentale importanza mantenere le proprie tradizioni e l’Italia ha un retroterra cristiano e cattolico. Quindi mantenere la tradizione del crocifisso nella aule scolastiche e’ importantissimo”.
Ora mi chiedo qual’è il vero pensiero del leader tibetano?
Verrebbe quasi da pensare che da abilissimo diplomatico qual’è il Dalai Lama cambi opinione a seconda se si trovi di fronte al giornalista di una rivista notoriamente progressista o al cospetto di un incontro ufficiale con un governo reazionario. Per carità, cambiare opinione sarà anche lecito, ma di fronte a un voltafaccia così sorprendente nel giro di tre giorni viene quasi da rimpiangere l’assolutismo oltreteverino.
Alessandro Chiometti

Sinceramente, non capisco l’importanza che continuamente viene data al dalai lama.
Da un punto di vista oggettivo, il dalai lama é il rappresentante di una delle piú odiose teocrazie che mai abbiano popolato la terra, scardinata solamente dalla ri-presa del potere reale nella zona da parte dei cinesi.
Ri-presa, perché, checché se ne dica negli ultimi trent’anni, il Tibet é storicamente, indiscutibilmente parte della cina.
Come, tra l’altro, sono abbastanza indiscutibili i progressi materiali dei tibetani da quando Beijin ha ripreso il controllo della zona, con un’alfabetizzazione che é salita dal precedente "zero virgola" percento ad una media decente, cosí come é salita l’etá media e, probabilmente, la condizione di vita del tibetano medio.
Tibetano medio che, se non era lama o nobile, era sotto il potere lamaista ne piú ne meno che uno schiavo.
Con tutto il male che posso pensare del governo e del sistema cinese (ed é tanto , ve l’assicuro), continuo a pensare che tutto sommato ai tibetani vada meglio ora.
E volutamente non entro nella polemica dei numeri di morti tibetani negli ultimi anni, numeri che crescono a seconda della platea del sant’uomo (fino a superare il 70% della popolazione tibetana in un paio di occasioni).
Sono certamente numeri a casaccio, ma se violenze ci sono state da parte cinese, queste violenze vanno semplicemente condannate con forza.
Ma la mia impressione é che su quelle violenze, soprattutto sui numeri, il dalai lama ci marci, e nemmeno poco, per avere visibilitá.
A questo va aggiunta l’indiscutibile "riluttanza" (quantomeno) del dalai lama a rispondere a qualsiasi tipo di domanda sul tema e su quale tipo di forma di governo avrebbe intenzione di portare in Tibet qualora ne fosse riconosciuta l’indipendenza dalla Cina.
Con queste premesse, considero il dalai lama poco piú di un fenomeno da baraccone, utile nei momenti in cui fa comodo attaccare la Cina, utile quando fa comodo attaccare gli amici della Cina (vedi il mancato incontro con Obama, recentemente), utile perché tutto sommato il dalai lama é un fenomeno mediatico prima ancora di essere il rappresentante di una religione (o filosofia, o come la si vuole chiamare).
Ma il dato di fatto, sempre a mio personale parere, é che quest’uomo antro non é che un "papa" come un altro, ed é ovvio che si mantenga dichiaratamente ambiguo su qualsiasi tema potrebbe fargli perdere l’"aura" di pacifismo di cui é circondato.
Ma mi pare altrettanto ovvio che ci tenga a rimarcare la sua supremazia dottrinale (come qualsiasi altro primate di una religione), anche attraverso il riconoscimento delle altre religioni.
É un modo ben conosciuto ed utilizzato da tutti, e funziona…. (basta dare contro ai laici ed agli atei…)
Non so, mi pare che il portare le idee di quel soggetto come "un’opinione
qualificata" per dire la sua su un tema del genere sia quantomeno inopportuno.
E soprattutto non capisco, sinceramente, come possa avere tutto quel credito che gli viene riconosciuto.
a_
Sinceramente, non capisco l’importanza che continuamente viene data al dalai lama.
Da un punto di vista oggettivo, il dalai lama é il rappresentante di una delle piú odiose teocrazie che mai abbiano popolato la terra, scardinata solamente dalla ri-presa del potere reale nella zona da parte dei cinesi.
Ri-presa, perché, checché se ne dica negli ultimi trent’anni, il Tibet é storicamente, indiscutibilmente parte della cina.
Come, tra l’altro, sono abbastanza indiscutibili i progressi materiali dei tibetani da quando Beijin ha ripreso il controllo della zona, con un’alfabetizzazione che é salita dal precedente "zero virgola" percento ad una media decente, cosí come é salita l’etá media e, probabilmente, la condizione di vita del tibetano medio.
Tibetano medio che, se non era lama o nobile, era sotto il potere lamaista ne piú ne meno che uno schiavo.
Con tutto il male che posso pensare del governo e del sistema cinese (ed é tanto , ve l’assicuro), continuo a pensare che tutto sommato ai tibetani vada meglio ora.
E volutamente non entro nella polemica dei numeri di morti tibetani negli ultimi anni, numeri che crescono a seconda della platea del sant’uomo (fino a superare il 70% della popolazione tibetana in un paio di occasioni).
Sono certamente numeri a casaccio, ma se violenze ci sono state da parte cinese, queste violenze vanno semplicemente condannate con forza.
Ma la mia impressione é che su quelle violenze, soprattutto sui numeri, il dalai lama ci marci, e nemmeno poco, per avere visibilitá.
A questo va aggiunta l’indiscutibile "riluttanza" (quantomeno) del dalai lama a rispondere a qualsiasi tipo di domanda sul tema e su quale tipo di forma di governo avrebbe intenzione di portare in Tibet qualora ne fosse riconosciuta l’indipendenza dalla Cina.
Con queste premesse, considero il dalai lama poco piú di un fenomeno da baraccone, utile nei momenti in cui fa comodo attaccare la Cina, utile quando fa comodo attaccare gli amici della Cina (vedi il mancato incontro con Obama, recentemente), utile perché tutto sommato il dalai lama é un fenomeno mediatico prima ancora di essere il rappresentante di una religione (o filosofia, o come la si vuole chiamare).
Ma il dato di fatto, sempre a mio personale parere, é che quest’uomo antro non é che un "papa" come un altro, ed é ovvio che si mantenga dichiaratamente ambiguo su qualsiasi tema potrebbe fargli perdere l’"aura" di pacifismo di cui é circondato.
Ma mi pare altrettanto ovvio che ci tenga a rimarcare la sua supremazia dottrinale (come qualsiasi altro primate di una religione), anche attraverso il riconoscimento delle altre religioni.
É un modo ben conosciuto ed utilizzato da tutti, e funziona…. (basta dare contro ai laici ed agli atei…)
Non so, mi pare che il portare le idee di quel soggetto come "un’opinione
qualificata" per dire la sua su un tema del genere sia quantomeno inopportuno.
E soprattutto non capisco, sinceramente, come possa avere tutto quel credito che gli viene riconosciuto.
a_
Non capisco questa violenza, fai un bagno di umiltà e di tolleranza poi esprimi la tua posizione magari informandoti non su notiziari contro, ma cercando di comprendere meglio la complessità del pensiero buddhista.
Caro andrealan,
credo che faresti bene a leggere qualcosa sul Tibet prima di pronunciare discorsi tanto banali.
Segnalo, fra tutte, un’imprecisione notevole, significativa del tuo grado di disinformazione: il Dalai Lama non chiede l’indipendenza per il Tibet, ma un’autonomia sul modello del Trentino Alto Adige.
Che la Cina comunista abbia fatto del bene ai Tibetani, é cosa che non credo: bisognerebbe chiederlo alle migliaia di tibetani profughi nel mondo o a quelli incarcerati nelle prigioni della Cina rossa.
I Cinesi hanno compiuto e stanno compiendo un’opera di sistematica eradicazione culturale del Tibet, né dire che il Tibet "sia sempre stato Cina" é argomento convincente.
E’ il classico argomento imperialista: come a dire che siccome la Dalmazia é sempre stata Italiana, noi saremmo legittimati ad andare lì e scacciare le attuali popolazioni slave.
Infine, definire il Dalai un fenomeno da baraccone e non capire le origini della sua autorevolezza morale e politica, dimostra scarsa comprensione della sfera del "politico".
Mi pare che tu riduca la politica alla sua dimensione di potere= Kratos, che non riconosce l’esistenza di un’altra dimensione, caratteristica delle democrazie, del potere come autorità morale riconosciuta.
Questo é il Dalai Lama: l’autorità morale riconosciuta da tutti i tibetani in esilio, scacciati dalla loro terra da uno Stato comunista arrogante ed imperialista.
@bardani
però mi sembra che in parte sia vero quello che dice andrea, in particolare sulla situazione socio-politica del tibet prima dell’arrivo della cina. Da che mi risulta era una teocrazia con suddivisione in caste e dove era ammessa la schiavitù.
Secondo il mio modesto parere la situazione Tibetana è molto più complessa di quella che vorrebbe i cinesi cattivi imperialisti e i tibetani poveri oppressi.
Questo senza negare gli orrori di una dominazione imperialista che ha provato a cancellare cultura e religione della nazione conquistata.
@utente anonimo
questo è uno spazio di discussione dove ognuno porta le sue idee, sinceramente andrea avrà usato anche termini un po’ forti e non condivisibili (o almeno io non li condivido) però vedo molta più violenza nel tuo drastico invito a fare bagni di umiltà non motivando quello che dici che in tutto il lungo commento di andrea.
Quale che fosse la situazione dei tibetani prima dell’arrivo dei cinesi, é certo che ora é molto peggiore.
Non dimenticare, caro Alex, che ora i Tibetani sono OSPITI in casa propria, ridotti ad una minoranza dall’immigrazione forzata di milioni di cinesi, impediti a parlare la propria lingua e a vivere come credono in conformità alle proprie leggi e tradizioni.
Quindi confrontare la precedente situazione con l’attuale é cosa priva di alcun senso.
Come se io confrontassi la situazione dei coloni americani dell’America del Nord dell’800 con quella degli Amerindi.
Gli indicatori di PIL e di ricchezza sarebbero certo molto superiori…ma agli Amerindi che gliene frega!
La situazione é certo complessa, ma un dato é certo: il Governo cinese si comporta da imperialista, mentre i Tibetani sono oppressi a casa loro.
Va detto che la lotta nonviolenta per l’autonomia del Tibet non é CONTRO i cinesi, perché é evidente che l’Imperialismo del Governo cinese alimenta il potere totalitario interno e quindi la libertà per il Tibet significva libertà PER i cinesi.
Non capisco questa violenza, fai un bagno di umiltà e di tolleranza poi esprimi la tua posizione magari informandoti non su notiziari contro, ma cercando di comprendere meglio la complessità del pensiero buddhista.
Per esemplificare l’assurdità rappresentata dal confronto degli indicatori socio economici, basta fare un esempio estremo.
Io Stato Lombardia dico che nello Stato Campania c’é la camorra, allora vado giù, ammazzo tutti i campani, ci metto coloni lombardi che in poco tempo mi risollevano l’economia e poi dico: vedete, adesso in Campania si sta meglio!
Caro andrealan,
credo che faresti bene a leggere qualcosa sul Tibet prima di pronunciare discorsi tanto banali.
Segnalo, fra tutte, un’imprecisione notevole, significativa del tuo grado di disinformazione: il Dalai Lama non chiede l’indipendenza per il Tibet, ma un’autonomia sul modello del Trentino Alto Adige.
Che la Cina comunista abbia fatto del bene ai Tibetani, é cosa che non credo: bisognerebbe chiederlo alle migliaia di tibetani profughi nel mondo o a quelli incarcerati nelle prigioni della Cina rossa.
I Cinesi hanno compiuto e stanno compiendo un’opera di sistematica eradicazione culturale del Tibet, né dire che il Tibet "sia sempre stato Cina" é argomento convincente.
E’ il classico argomento imperialista: come a dire che siccome la Dalmazia é sempre stata Italiana, noi saremmo legittimati ad andare lì e scacciare le attuali popolazioni slave.
Infine, definire il Dalai un fenomeno da baraccone e non capire le origini della sua autorevolezza morale e politica, dimostra scarsa comprensione della sfera del "politico".
Mi pare che tu riduca la politica alla sua dimensione di potere= Kratos, che non riconosce l’esistenza di un’altra dimensione, caratteristica delle democrazie, del potere come autorità morale riconosciuta.
Questo é il Dalai Lama: l’autorità morale riconosciuta da tutti i tibetani in esilio, scacciati dalla loro terra da uno Stato comunista arrogante ed imperialista.
@bardani
però mi sembra che in parte sia vero quello che dice andrea, in particolare sulla situazione socio-politica del tibet prima dell’arrivo della cina. Da che mi risulta era una teocrazia con suddivisione in caste e dove era ammessa la schiavitù.
Secondo il mio modesto parere la situazione Tibetana è molto più complessa di quella che vorrebbe i cinesi cattivi imperialisti e i tibetani poveri oppressi.
Questo senza negare gli orrori di una dominazione imperialista che ha provato a cancellare cultura e religione della nazione conquistata.
@utente anonimo
questo è uno spazio di discussione dove ognuno porta le sue idee, sinceramente andrea avrà usato anche termini un po’ forti e non condivisibili (o almeno io non li condivido) però vedo molta più violenza nel tuo drastico invito a fare bagni di umiltà non motivando quello che dici che in tutto il lungo commento di andrea.
Quale che fosse la situazione dei tibetani prima dell’arrivo dei cinesi, é certo che ora é molto peggiore.
Non dimenticare, caro Alex, che ora i Tibetani sono OSPITI in casa propria, ridotti ad una minoranza dall’immigrazione forzata di milioni di cinesi, impediti a parlare la propria lingua e a vivere come credono in conformità alle proprie leggi e tradizioni.
Quindi confrontare la precedente situazione con l’attuale é cosa priva di alcun senso.
Come se io confrontassi la situazione dei coloni americani dell’America del Nord dell’800 con quella degli Amerindi.
Gli indicatori di PIL e di ricchezza sarebbero certo molto superiori…ma agli Amerindi che gliene frega!
La situazione é certo complessa, ma un dato é certo: il Governo cinese si comporta da imperialista, mentre i Tibetani sono oppressi a casa loro.
Va detto che la lotta nonviolenta per l’autonomia del Tibet non é CONTRO i cinesi, perché é evidente che l’Imperialismo del Governo cinese alimenta il potere totalitario interno e quindi la libertà per il Tibet significva libertà PER i cinesi.
Per esemplificare l’assurdità rappresentata dal confronto degli indicatori socio economici, basta fare un esempio estremo.
Io Stato Lombardia dico che nello Stato Campania c’é la camorra, allora vado giù, ammazzo tutti i campani, ci metto coloni lombardi che in poco tempo mi risollevano l’economia e poi dico: vedete, adesso in Campania si sta meglio!
Sapevo di scatenare una reazione forte…
A Bardani, innazitutto volevo ringraziarlo per la giusta correzione riguardo indipendenza ed autonomia. Imprecisione mia.
Ma vorrei dire che mi dispiace che le sue risposte si stiano limitando ad una posizione anticinese, di fatto.
Io non discuto minimamente ne l’arroganza, ne la violenza e tantomeno il fatto che il governo cinese sia l’espressione di uno stato autoritario che limita in tutti i modi l’espressione delle persone (ma davvero tutti i modi).
Ma il dato di fatto che il tibet lamaista fosse uno stato teocratico assolutista, in cui i diritti umani erano del tutto inesistenti per la maggior parte deli abitanti…. é ben poco confutabile, che io sappia.
Cosí come il fatto che il dalai lama non ha mai risposto alle domande circa la forma di governo che intenderebbe instaurare in un Tibet sottratto al controllo del governo cinese.
Cosí come purtoppo non ci sono numeri credibili riguardo ai profughi ed ai morti, se non quelli estremamente variabili riportati dallo stesso dalai lama in diverse occasioni.
Con queste premesse, la mia domanda finale, su come possa avere un personaggio del genere cosí tanto ascendente e trovare un credito simile, non é affatto provocatoria e tantomeno retorica.
Davvero, non lo capisco.
Perché un capo di una teocrazia con una rigida suddivisione in caste che parla di tolleranza e pace nel mondo é, a mio modo di vedere, esattamente sullo stesso piano di un Giovanni Paolo II che parla di pace dopo essersi sperticato in lodi per un dittatore sudamericano.
Parole, quindi, e nulla piú.
Sinceramente, non capisco.
a_
P.S. Sentirmi dare dell’imperialista, peró, é francamente un insulto del tutto gratuito… soprattutto se all’inizio di un discorso contro la Cina, che é del tutto fuori luogo rispetto a quanto ho scritto io.
P.P.S. Il fatto di definire il Tibet cinese non é farina del mio sacco, ma dell’intera comunitá internazionale.
Fino agli anni ’50, su qualsiasi cartina di qualsiasi organizzazione al mondo il Tibet era indicato come territorio cinese.
Sapevo di scatenare una reazione forte…
A Bardani, innazitutto volevo ringraziarlo per la giusta correzione riguardo indipendenza ed autonomia. Imprecisione mia.
Ma vorrei dire che mi dispiace che le sue risposte si stiano limitando ad una posizione anticinese, di fatto.
Io non discuto minimamente ne l’arroganza, ne la violenza e tantomeno il fatto che il governo cinese sia l’espressione di uno stato autoritario che limita in tutti i modi l’espressione delle persone (ma davvero tutti i modi).
Ma il dato di fatto che il tibet lamaista fosse uno stato teocratico assolutista, in cui i diritti umani erano del tutto inesistenti per la maggior parte deli abitanti…. é ben poco confutabile, che io sappia.
Cosí come il fatto che il dalai lama non ha mai risposto alle domande circa la forma di governo che intenderebbe instaurare in un Tibet sottratto al controllo del governo cinese.
Cosí come purtoppo non ci sono numeri credibili riguardo ai profughi ed ai morti, se non quelli estremamente variabili riportati dallo stesso dalai lama in diverse occasioni.
Con queste premesse, la mia domanda finale, su come possa avere un personaggio del genere cosí tanto ascendente e trovare un credito simile, non é affatto provocatoria e tantomeno retorica.
Davvero, non lo capisco.
Perché un capo di una teocrazia con una rigida suddivisione in caste che parla di tolleranza e pace nel mondo é, a mio modo di vedere, esattamente sullo stesso piano di un Giovanni Paolo II che parla di pace dopo essersi sperticato in lodi per un dittatore sudamericano.
Parole, quindi, e nulla piú.
Sinceramente, non capisco.
a_
P.S. Sentirmi dare dell’imperialista, peró, é francamente un insulto del tutto gratuito… soprattutto se all’inizio di un discorso contro la Cina, che é del tutto fuori luogo rispetto a quanto ho scritto io.
P.P.S. Il fatto di definire il Tibet cinese non é farina del mio sacco, ma dell’intera comunitá internazionale.
Fino agli anni ’50, su qualsiasi cartina di qualsiasi organizzazione al mondo il Tibet era indicato come territorio cinese.
Caro andrealan,
lo status del Tibet era oggetto di controversia internazionale prima dell’occupazione cinese degli anni ’50, quindi non capisco a quale carta internazionale tu faccia riferimento.
Ma veniamo al nocciolo della questione.
Se ho ben capito tu contesti l’autorevolezza del Dalai lama per due ragioni:
a) in quanto prima dell’occupazione il Tibet era una teocrazia assoluta;
b) in quanto non sarebbe chiaro sulla forma di governo del Tibet dopo l’autonomia;
c) perché non vi sarebbero dati univoi sul numero di morti e profughi.
L’ultima obiezione mi pare la più debole: come accusare il dalai Lama se non sa cosa esattamente accade in Tibet, dato che le autorità cinesi hanno steso un pesante velo sulla libertà di comunicazione?
La prima é solo apparentemente la più forte.
Certo al momento in cui l’attuale Dalai Lama prese il potere il Tibet era uno stato teocratico, ma non appena raggiunta la maggiore età egli avviò delle riforme, che furono stroncate proprio dall’occupazione.
Quindi non gli si possono imputare condizioni che egli aveva intenzione di cambiare.
Tanto più, e con ciò rispondo alla seconda obiezione, che laddove ha potuto ha effettivamente promosso il superamento delle vecchie forme di teocrazia.
Mi riferisco al modello del Governo tibetano in esilio, un governo che si regge su un parlamento eletto democraticamente dai tibetani in esilio, cui risponde il consiglio dei ministri.
In qualche modo, pertanto, il Dalai Lama ti ha già risposto.
Ma lo ha fatto ancor di più dicendo che "Il futuro del Tibet deve essere deciso dai tibetani. La questione del Tibet non ha nulla a che fare col futuro del Dalai Lama".
Una volta che la Cina abbia riconosciuto l’autonomia – non l’indipendenza – al Tibet, é evidente che all’interno delle forme di autonomia eventualmente riconosciute sarà il popolo tibetano stesso a decidere come governarsi.
Ripeto: tenendo conto dei limiti che imporrà la Cina, poiché di autonomia si tratterà, appunto, e non di indipendenza.
P.S. Non ho dato dell’imperialista a te.
Ho detto che l’argomento "sviluppo economico" é il classico argomento imperialista.
Per semplicità, un rapido link dove si tratteggia la storia dello status internazionale del Tibet:
http://www.italiatibet.org/index.php?option=com_content&view=article&id=49&Itemid=69
In ogni caso, discettare circa la sovranità del Tibet ha un senso solo storico, in quanto il Dalai Lama rivendica l’autonomia non l’indipendenza.
L’autonomia é connessa al principio di autodeterminazione dei popoli, mentre solo l’indipendenza deriva dallo status sovrano di un Paese.
Ed é certo che, quale che fosse lo status internazionale del Tibet, i tibetani sono un popolo distinto che prima dell’occupazione godeva di autodeterminazione.
Caro andrealan,
lo status del Tibet era oggetto di controversia internazionale prima dell’occupazione cinese degli anni ’50, quindi non capisco a quale carta internazionale tu faccia riferimento.
Ma veniamo al nocciolo della questione.
Se ho ben capito tu contesti l’autorevolezza del Dalai lama per due ragioni:
a) in quanto prima dell’occupazione il Tibet era una teocrazia assoluta;
b) in quanto non sarebbe chiaro sulla forma di governo del Tibet dopo l’autonomia;
c) perché non vi sarebbero dati univoi sul numero di morti e profughi.
L’ultima obiezione mi pare la più debole: come accusare il dalai Lama se non sa cosa esattamente accade in Tibet, dato che le autorità cinesi hanno steso un pesante velo sulla libertà di comunicazione?
La prima é solo apparentemente la più forte.
Certo al momento in cui l’attuale Dalai Lama prese il potere il Tibet era uno stato teocratico, ma non appena raggiunta la maggiore età egli avviò delle riforme, che furono stroncate proprio dall’occupazione.
Quindi non gli si possono imputare condizioni che egli aveva intenzione di cambiare.
Tanto più, e con ciò rispondo alla seconda obiezione, che laddove ha potuto ha effettivamente promosso il superamento delle vecchie forme di teocrazia.
Mi riferisco al modello del Governo tibetano in esilio, un governo che si regge su un parlamento eletto democraticamente dai tibetani in esilio, cui risponde il consiglio dei ministri.
In qualche modo, pertanto, il Dalai Lama ti ha già risposto.
Ma lo ha fatto ancor di più dicendo che "Il futuro del Tibet deve essere deciso dai tibetani. La questione del Tibet non ha nulla a che fare col futuro del Dalai Lama".
Una volta che la Cina abbia riconosciuto l’autonomia – non l’indipendenza – al Tibet, é evidente che all’interno delle forme di autonomia eventualmente riconosciute sarà il popolo tibetano stesso a decidere come governarsi.
Ripeto: tenendo conto dei limiti che imporrà la Cina, poiché di autonomia si tratterà, appunto, e non di indipendenza.
P.S. Non ho dato dell’imperialista a te.
Ho detto che l’argomento "sviluppo economico" é il classico argomento imperialista.
Per semplicità, un rapido link dove si tratteggia la storia dello status internazionale del Tibet:
http://www.italiatibet.org/index.php?option=com_content&view=article&id=49&Itemid=69
In ogni caso, discettare circa la sovranità del Tibet ha un senso solo storico, in quanto il Dalai Lama rivendica l’autonomia non l’indipendenza.
L’autonomia é connessa al principio di autodeterminazione dei popoli, mentre solo l’indipendenza deriva dallo status sovrano di un Paese.
Ed é certo che, quale che fosse lo status internazionale del Tibet, i tibetani sono un popolo distinto che prima dell’occupazione godeva di autodeterminazione.
Max, con tutto il rispetto il paragone lombardia campania mi sembra molto fuori luogo.
Tutt’al più si potrebbe fare un paragone diverso con le guerre di esportazione della democrazia a cui recentemente siamo abituati, con la differenza che questa non ha esportato la "democrazia occidentale" ma l’utopia comunista cinese.
Ripeto, la questione mi sembra molto più complicata di come la metti tu e di come la mette il link che hai riportato (peraltro palesamente non imparziale).
Ti linko questo di peacereporter che non sono certo ne comunisti ne imperialisti
http://it.peacereporter.net/articolo/10756/
Max, con tutto il rispetto il paragone lombardia campania mi sembra molto fuori luogo.
Tutt’al più si potrebbe fare un paragone diverso con le guerre di esportazione della democrazia a cui recentemente siamo abituati, con la differenza che questa non ha esportato la "democrazia occidentale" ma l’utopia comunista cinese.
Ripeto, la questione mi sembra molto più complicata di come la metti tu e di come la mette il link che hai riportato (peraltro palesamente non imparziale).
Ti linko questo di peacereporter che non sono certo ne comunisti ne imperialisti
http://it.peacereporter.net/articolo/10756/
Con tutto il rispetto, non vedo perché Peacereporter sia più attendibile di Italia Tibet.
Come dovremmo leggere poi le parole del prof. Cammelli?
Un ivito al silenzio?
Un ivito a non considerare la questione autonomia del TIBET?
Le cose sono due:
o é in corso un genocidio culturale o non lo é.
E se lo é, come lo é, Tibet libero non mi pare affatto uno slogan ottuso, se si grida insieme a "Cina libera", come facciamo noi radicali da tempo.
E’ ovvio che la questione tibetana e la questione della libertà dei cinesi sia tutt’uno, ma il grimaldello sta proprio nell’appoggiare politicamente l’azione nonviolenta del Dalai Lama per l’autonomia e non per l’indipendenza.
Rispetto al paragone:
mi dispiace ma sbagli di grosso.
Le guerre di esportazione della democrazia non rimpiazzano l’intera popolazione dei Paesi coinvoli, come fa l’imperialismo cinese.
Per la precisione: il Partito comunista cinese non ha esprotato l’utopia cinese, ma 7 milioni di coloni.
Comunque, l’articolo di peacereporter, che poi in realtà non é che un’intervista a Cammelli, non mi pare renda la cosa "molto più complessa" di come la metto io.
Se sì,ditemi sotto che profilo.
Con tutto il rispetto, non vedo perché Peacereporter sia più attendibile di Italia Tibet.
Come dovremmo leggere poi le parole del prof. Cammelli?
Un ivito al silenzio?
Un ivito a non considerare la questione autonomia del TIBET?
Le cose sono due:
o é in corso un genocidio culturale o non lo é.
E se lo é, come lo é, Tibet libero non mi pare affatto uno slogan ottuso, se si grida insieme a "Cina libera", come facciamo noi radicali da tempo.
E’ ovvio che la questione tibetana e la questione della libertà dei cinesi sia tutt’uno, ma il grimaldello sta proprio nell’appoggiare politicamente l’azione nonviolenta del Dalai Lama per l’autonomia e non per l’indipendenza.
Rispetto al paragone:
mi dispiace ma sbagli di grosso.
Le guerre di esportazione della democrazia non rimpiazzano l’intera popolazione dei Paesi coinvoli, come fa l’imperialismo cinese.
Per la precisione: il Partito comunista cinese non ha esprotato l’utopia cinese, ma 7 milioni di coloni.
http://www.polonews.info/articoli/Saggi%20critici/20080409.pdf
Il link di cui sopra é sempre ad un articolo del prof. Cammelli.
Mi pare di capire che secondo il prof. Cammelli l’interesse occidentale per il Tibet sia frutto di una reazione di psicologia di massa.
La cosa fa un po’ sorridere: il prof. Cammelli evidentemente non ritiene che vi siano cittadini del mpndo e forze politiche organizzate che ritengano i diritti umani qualcosa per cui valga la pena combattere anche al di fuori del proprio orticello.
Ma tant’é.
Segnalo, invece, un punto che non convice nel suo ragionamento, ch elo rende capzioso: il suo far riferimento alla pochezza culturale di chi propone l’indipendenza del Tibet.
Il riferimento, volutamente parziale, occulta una verità grande come una casa:
il Dalai Lama e chi l’appoggia NON chiede l’indipendenza, ma l’autonomia.
La forza dirompente di una simile proposta é evidente e non mi pare affatto ottusa: attacca alla radice proprio quel ripiegamento nazionalista della Cina del ‘900 su cui, secondo l’analisi dello stesso prof. Cammelli, si fonda la chiusura imperialista di cui tutti i cittadini della Repubblica popolare cinese subiscono le conseguenze.
Libertà per il Tibet significa libertà per la Cina, la battagli aé unica e solidale, se si imposta in termini non nazionalistici, come fanno i radicali in termini chiaramente ispirati al Manifesto di Ventotene.
La sovranità ed il nazionalismo: voilà les ennemies
Comunque, l’articolo di peacereporter, che poi in realtà non é che un’intervista a Cammelli, non mi pare renda la cosa "molto più complessa" di come la metto io.
Se sì,ditemi sotto che profilo.
http://www.polonews.info/articoli/Saggi%20critici/20080409.pdf
Il link di cui sopra é sempre ad un articolo del prof. Cammelli.
Mi pare di capire che secondo il prof. Cammelli l’interesse occidentale per il Tibet sia frutto di una reazione di psicologia di massa.
La cosa fa un po’ sorridere: il prof. Cammelli evidentemente non ritiene che vi siano cittadini del mpndo e forze politiche organizzate che ritengano i diritti umani qualcosa per cui valga la pena combattere anche al di fuori del proprio orticello.
Ma tant’é.
Segnalo, invece, un punto che non convice nel suo ragionamento, ch elo rende capzioso: il suo far riferimento alla pochezza culturale di chi propone l’indipendenza del Tibet.
Il riferimento, volutamente parziale, occulta una verità grande come una casa:
il Dalai Lama e chi l’appoggia NON chiede l’indipendenza, ma l’autonomia.
La forza dirompente di una simile proposta é evidente e non mi pare affatto ottusa: attacca alla radice proprio quel ripiegamento nazionalista della Cina del ‘900 su cui, secondo l’analisi dello stesso prof. Cammelli, si fonda la chiusura imperialista di cui tutti i cittadini della Repubblica popolare cinese subiscono le conseguenze.
Libertà per il Tibet significa libertà per la Cina, la battagli aé unica e solidale, se si imposta in termini non nazionalistici, come fanno i radicali in termini chiaramente ispirati al Manifesto di Ventotene.
La sovranità ed il nazionalismo: voilà les ennemies
è più complessa perchè per la Cina il Tibet è già una regione autonoma, quindi rivendicare l’autonomia che significa? chiederne di più?
è più complessa perchè come dice Cammelli il Tibet è sempre stato legato economicamente e politicamente alla Cina, semplicemente quando c’era una regime che era ideologicamente vicino alla teocrazia tibetana (i Manciù) gli andava bene e anzi i lama tibetani facevano parte della casta dominante ANCHE cinese.
Quando poi si è istaurato il regime comunista hanno preteso l’indpendenza come se non fossero mai stati parte integrante dello stato cinese con i Manciù.
Per tutti questi motivi la cosa è più complessa di come la metti tu, e gridare Tibet Libero, anche se lo gridi insieme a Cina Libera, anzi forse proprio per questo, non semplifica assolutamente le cose. Anzi.
I legami storici Tibet-Cina sono lontani nel tempo, ma mi pare che accamparli per eliminare il diritto all’autonomia culturale di un popolo sia pretestuoso.
Che significa che la vecchia casta lamaista faceva parte della classe dirigente cinese?
Non capisco proprio: qui si parla del diritto di un popolo, che ha sicuramente un’identità culturale e religiosa propria, all’autonomia, quale unico strumento di preservazione delle propria cultura e dignità.
Il fatto indiscutibile é questo: dagli anni ’40 il Governo cinese ha iniziato una politica violenta di sinizzazione del Tibet.
Il punto é semplice: riteniamo di dover fare qualcosa per impedirlo o riteniamo che i diritti dei tibetani non ci interessino?
Io credo che gridare Tibet libero insieme a Cina libera, per un Tibet AUTONOMO e non indipendentemente, sia un modo di affrontare la situazione.
D’altra parte non vedo quale sia l’alternativa praticabile.
Hai un suggerimento, che non sia l’inerzia?
E dire che il Tibet é GIA’ autonomo, é cosa risibile, visto che ogni manifestazione di identità culturale tibetana é repressa con la violenza.
Insomma, il problema dell’autonomia del Tibet é tutt’uno con quello delle altre minoranze religiose o etniche cinesi perseguitate, dagli Uiguri agli stessi cattolici, ma é, alla fin fine, tutt’uno con il diritto alle libertà "borghesi" di tutti i cinesi.
Il potere del PCC ha un collante ideologico e nazionalista: é ovvio che il problema posto da queste minoranze possa intaccare l’uno o l’altro e mettere in discussione il potere dei mandarini di partito cinesi.
Tienammen e la repressione in Mogolia interna o in Tibet si legano l’un l’altro come anelli di uno stesso modo di gestire la modernizzazione della Cina: con la repressione.
Credo che l’idea di un Tibet libero in una Cina libera sia un’offerta che la classe dirigente cinese dovrebbe accogliere: la droga nazionalista forse schiaccerà per sempre i tibetani, i mognoli o gli Uiguri…ma fin quando il PCC potrà tener sotto un popolo cinese che fortunatamente é crescuto anche culturalmente dal tempo di Mao (direi: nonsotante Mao)?
Caso Uiguri:
http://it.peacereporter.net/articolo/18494/Cina%2C+scomparse+decine+di+uighuri+dello+Xinjiang
Caso Taiwan:
http://it.peacereporter.net/articolo/17970/Cina%2C+un+film+gi%E0+visto
Ancora sul caso Uiguri (prendo sempre da peacereporter):
http://it.peacereporter.net/articolo/16549/Uyghuristan%2C+la+difficile+periferia
Parliamoci chiaro, a me il modello di sviluppo cinese sa tanto di imperialismo economico, che depreda le zone di periferia annichilendole culturalmente e sostiuendole con masse di han tenuti a bada con l’ideologia (comunismo, nazionalismo, confucianesimo…poco importa).
Quanto durerà?
Il modello di modernizzazione cinese può spaventarci o affascinarci perché vincente.
Rricordo a tutti che il modello fascista pareva a osservatori di Stati democratici una soluzione vincente alla via della modernizzazione.
Da inveterato liberale ritengo che le vie alla modernizzazione senza libertà generano mostri e i mostri prima o poi implodono o esplodono: in entrambi i casi con conseguenze disastrose.
Ripeto, Tibet libero in una Cina libera é una via.
Certo che semplifica: é uno slogan, che diamine!
Ma dietro c’é un pensiero tutt’altro che semplificante.
Ma non semplificare non significa non agire
è più complessa perchè per la Cina il Tibet è già una regione autonoma, quindi rivendicare l’autonomia che significa? chiederne di più?
è più complessa perchè come dice Cammelli il Tibet è sempre stato legato economicamente e politicamente alla Cina, semplicemente quando c’era una regime che era ideologicamente vicino alla teocrazia tibetana (i Manciù) gli andava bene e anzi i lama tibetani facevano parte della casta dominante ANCHE cinese.
Quando poi si è istaurato il regime comunista hanno preteso l’indpendenza come se non fossero mai stati parte integrante dello stato cinese con i Manciù.
Per tutti questi motivi la cosa è più complessa di come la metti tu, e gridare Tibet Libero, anche se lo gridi insieme a Cina Libera, anzi forse proprio per questo, non semplifica assolutamente le cose. Anzi.
I legami storici Tibet-Cina sono lontani nel tempo, ma mi pare che accamparli per eliminare il diritto all’autonomia culturale di un popolo sia pretestuoso.
Che significa che la vecchia casta lamaista faceva parte della classe dirigente cinese?
Non capisco proprio: qui si parla del diritto di un popolo, che ha sicuramente un’identità culturale e religiosa propria, all’autonomia, quale unico strumento di preservazione delle propria cultura e dignità.
Il fatto indiscutibile é questo: dagli anni ’40 il Governo cinese ha iniziato una politica violenta di sinizzazione del Tibet.
Il punto é semplice: riteniamo di dover fare qualcosa per impedirlo o riteniamo che i diritti dei tibetani non ci interessino?
Io credo che gridare Tibet libero insieme a Cina libera, per un Tibet AUTONOMO e non indipendentemente, sia un modo di affrontare la situazione.
D’altra parte non vedo quale sia l’alternativa praticabile.
Hai un suggerimento, che non sia l’inerzia?
E dire che il Tibet é GIA’ autonomo, é cosa risibile, visto che ogni manifestazione di identità culturale tibetana é repressa con la violenza.
Insomma, il problema dell’autonomia del Tibet é tutt’uno con quello delle altre minoranze religiose o etniche cinesi perseguitate, dagli Uiguri agli stessi cattolici, ma é, alla fin fine, tutt’uno con il diritto alle libertà "borghesi" di tutti i cinesi.
Il potere del PCC ha un collante ideologico e nazionalista: é ovvio che il problema posto da queste minoranze possa intaccare l’uno o l’altro e mettere in discussione il potere dei mandarini di partito cinesi.
Tienammen e la repressione in Mogolia interna o in Tibet si legano l’un l’altro come anelli di uno stesso modo di gestire la modernizzazione della Cina: con la repressione.
Credo che l’idea di un Tibet libero in una Cina libera sia un’offerta che la classe dirigente cinese dovrebbe accogliere: la droga nazionalista forse schiaccerà per sempre i tibetani, i mognoli o gli Uiguri…ma fin quando il PCC potrà tener sotto un popolo cinese che fortunatamente é crescuto anche culturalmente dal tempo di Mao (direi: nonsotante Mao)?
Caso Uiguri:
http://it.peacereporter.net/articolo/18494/Cina%2C+scomparse+decine+di+uighuri+dello+Xinjiang
Caso Taiwan:
http://it.peacereporter.net/articolo/17970/Cina%2C+un+film+gi%E0+visto
Ancora sul caso Uiguri (prendo sempre da peacereporter):
http://it.peacereporter.net/articolo/16549/Uyghuristan%2C+la+difficile+periferia
Parliamoci chiaro, a me il modello di sviluppo cinese sa tanto di imperialismo economico, che depreda le zone di periferia annichilendole culturalmente e sostiuendole con masse di han tenuti a bada con l’ideologia (comunismo, nazionalismo, confucianesimo…poco importa).
Quanto durerà?
Il modello di modernizzazione cinese può spaventarci o affascinarci perché vincente.
Rricordo a tutti che il modello fascista pareva a osservatori di Stati democratici una soluzione vincente alla via della modernizzazione.
Da inveterato liberale ritengo che le vie alla modernizzazione senza libertà generano mostri e i mostri prima o poi implodono o esplodono: in entrambi i casi con conseguenze disastrose.
Ripeto, Tibet libero in una Cina libera é una via.
Certo che semplifica: é uno slogan, che diamine!
Ma dietro c’é un pensiero tutt’altro che semplificante.
Ma non semplificare non significa non agire
forse non ci siamo capiti max, non è che sto cercando di convincerti della bontà del regime cinese di cui conosco (per quel che si può conoscere) le nefandezze.
Ti ho semplicemente detto che la questione dell’autonomia non è cosi semplice come la vuoi far intendere.
Per farti un ulteriore esempio, è come se nel 1946 il Sud Italia avesse chiesto indipendenza/autonomia perchè non si riconosceva nella forma di governo repubblicana che sostituiva la monarchia.
Fino a che ci sono stati i Manciù, l’entourage tibetano era DENTRO al potere e allo stato cinese, quando c’è stato il cambio hanno chiesto prima indipendenza e ora autonomia. Beh, le cose non sono semplici da risolvere. E per quanto gridi il tuo slogan non è certo in quella maniera che l risolverai.
Cosa proponi, di attaccare militarmente la cina per imporle l’autonomia del tibet?
O un embargo? (eh eh)
Ripeto, IMHO non stiamo assolutamente parlando di situazioni "semplici".
E’ ovvio che la situazione non é semplice.
Non ho detto questo.
Quel che é semplice, a mio avviso, é la posizione da prendere in termini assiologici.
Quale che fosse la posizione della classe dirigente tibetana, ora il popolo tibetano paga un tributo elevatissimo al nazionalismo cinese.
Sono un semplice cittadino italiano, la mia capacità di influenzare il corso degli eventi é praticamente nullo, ma credo che sia mio dovere testimoniare comunque una chiara presa di posizione.
Anche perché, da cittadino, la mia posizione insieme a quella di tanti altri può influenzare la linea di politica estera del nostro governo, dei governi regionali o locali.
E’ ovvio che l’embargo non sia percorribile: con l’ingresso nel WTO prima, la crescita degli investimenti diretti in Cina e, infine, la crescita dell’indebitamento USA verso il Drago le possibilità di influenzare il colosso cinese per vie commerciali sono praticamente nulle.
Non sottovaluterei mai, però, il peso che nelle relazioni internazionali hanno prese di posizione chiare, nette.
Che prendere tali posizioni non sia inutile lo dimostra il fatto stesso che infastidiscono moltissimo la Cina, anche quando non si concretizzino in misure sanzionatorie.
Il rapporto é sempre biunivoco: é vero che la crescita della Cina la rende meno ricattabile, ma più cresce più ha bisogno del mondo "esterno".
E si aprono piccole fenditure attraverso le quali, da nonviolento, ritengo si debba essere pronti ad infilarsi.
L’alternativa alla violenza (fatta di cannoni o di embarghi poco importa) non può essere il silenzio.
Né sottovaluterei gli slogan.
Il caro vecchio "Oggi in Spagna, domani a Madrid" era semplificante e banalizzante sotto vari profili, ma ha dato un senso di marcia a molti giovani deli anni ’30.
forse non ci siamo capiti max, non è che sto cercando di convincerti della bontà del regime cinese di cui conosco (per quel che si può conoscere) le nefandezze.
Ti ho semplicemente detto che la questione dell’autonomia non è cosi semplice come la vuoi far intendere.
Per farti un ulteriore esempio, è come se nel 1946 il Sud Italia avesse chiesto indipendenza/autonomia perchè non si riconosceva nella forma di governo repubblicana che sostituiva la monarchia.
Fino a che ci sono stati i Manciù, l’entourage tibetano era DENTRO al potere e allo stato cinese, quando c’è stato il cambio hanno chiesto prima indipendenza e ora autonomia. Beh, le cose non sono semplici da risolvere. E per quanto gridi il tuo slogan non è certo in quella maniera che l risolverai.
Cosa proponi, di attaccare militarmente la cina per imporle l’autonomia del tibet?
O un embargo? (eh eh)
Ripeto, IMHO non stiamo assolutamente parlando di situazioni "semplici".
E’ ovvio che la situazione non é semplice.
Non ho detto questo.
Quel che é semplice, a mio avviso, é la posizione da prendere in termini assiologici.
Quale che fosse la posizione della classe dirigente tibetana, ora il popolo tibetano paga un tributo elevatissimo al nazionalismo cinese.
Sono un semplice cittadino italiano, la mia capacità di influenzare il corso degli eventi é praticamente nullo, ma credo che sia mio dovere testimoniare comunque una chiara presa di posizione.
Anche perché, da cittadino, la mia posizione insieme a quella di tanti altri può influenzare la linea di politica estera del nostro governo, dei governi regionali o locali.
E’ ovvio che l’embargo non sia percorribile: con l’ingresso nel WTO prima, la crescita degli investimenti diretti in Cina e, infine, la crescita dell’indebitamento USA verso il Drago le possibilità di influenzare il colosso cinese per vie commerciali sono praticamente nulle.
Non sottovaluterei mai, però, il peso che nelle relazioni internazionali hanno prese di posizione chiare, nette.
Che prendere tali posizioni non sia inutile lo dimostra il fatto stesso che infastidiscono moltissimo la Cina, anche quando non si concretizzino in misure sanzionatorie.
Il rapporto é sempre biunivoco: é vero che la crescita della Cina la rende meno ricattabile, ma più cresce più ha bisogno del mondo "esterno".
E si aprono piccole fenditure attraverso le quali, da nonviolento, ritengo si debba essere pronti ad infilarsi.
L’alternativa alla violenza (fatta di cannoni o di embarghi poco importa) non può essere il silenzio.
Né sottovaluterei gli slogan.
Il caro vecchio "Oggi in Spagna, domani a Madrid" era semplificante e banalizzante sotto vari profili, ma ha dato un senso di marcia a molti giovani deli anni ’30.
beh max, per me non è semplice neanche in termini assiologici.
Sinceramente non sono sicuro su cosa sia "giusto" e cosa sia "sbagliato" in tutta la faccenda.
Di sicuro di sbagliato ci sono i metodi cinesi, ok.
Però se mi domandi, è giusto che il tibet si autodetermini? non so cosa risponderti.
E’ vero che c’è il diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma è anche vero che non è possibile assecondare chiunque si svegli una mattina e dica, non siamo più cinesi, non siamo più italiani, non siamo più tedeschi e così via. Altrimenti torniamo ai comuni medievali.
L’esempio che ti avevo fatto prima lo trovo sempre più calzante, ripensandoci. Non è possibile dichiararsi autonomi da uno stato solo perchè la maggioranza di quello decide di cambiare la forma di governo.
beh max, per me non è semplice neanche in termini assiologici.
Sinceramente non sono sicuro su cosa sia "giusto" e cosa sia "sbagliato" in tutta la faccenda.
Di sicuro di sbagliato ci sono i metodi cinesi, ok.
Però se mi domandi, è giusto che il tibet si autodetermini? non so cosa risponderti.
E’ vero che c’è il diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma è anche vero che non è possibile assecondare chiunque si svegli una mattina e dica, non siamo più cinesi, non siamo più italiani, non siamo più tedeschi e così via. Altrimenti torniamo ai comuni medievali.
L’esempio che ti avevo fatto prima lo trovo sempre più calzante, ripensandoci. Non è possibile dichiararsi autonomi da uno stato solo perchè la maggioranza di quello decide di cambiare la forma di governo.
Beh, insomma.
Messa così la questione, il principio di autodeterminazione dei popoli si svuota di qualunque contenuto.
E c’é una bella differenza fra la situazione della Lombardia in Italia e del Tibet in Cina.
Caro alex,
ti ricordo che i Tibetani NON chiedono l’indipendenza ma L’AUTONOMIA.
Il concetto non é sottilmente diverso, é proprio un altro universo concettuale.
proprio per questo trovo strano che tu possa avere dubbi anche sulla posizione assiologica da prendere circa le richieste tibetane, che paiono legittime sotto qualunque profilo, giuridico internazionale e etico.
La chiara distinzione tra autonomia ed indipendenza fa cadere ogni tua obiezione.
Qui non si tratta di assecondare una minoranza rissosa che vuole secedere da uno Stato democratico e rispettoso dei diritti degli individui e delle minoranze, ma di un’etnia antica che si é vista ridurre in minoranza nella propria terra attraverso una migrazione forzosa di 7 milioni di Han e chiede semplicemente forme di autonomia che ne garantiscano l’identità culturale.
Aggiungo che la Costituzione cinese SULLA CARTA garantisce tali autonomie, ma sappiamo che in Cina, come già in URSS, le norme in tal senso sono sempre state completamente disattese.
In realtà i Tibetani non chiedono che l’applicazione della Costituzione cinese.
In ogni caso, sul principio di autodeterminazione dei popoli, ricordo l’articolo 1 par.2 della Carta delle Nazioni Unite:
"Les buts des Nations Unies sont les suivants : […] Développer entre les nations des relations amicales fondées sur le respect du principe de l’égalité de droits des peuples et de leur droit à disposer d’eux-mêmes, et prendre toutes autres mesures propres à consolider la paix du monde;"
Beh, insomma.
Messa così la questione, il principio di autodeterminazione dei popoli si svuota di qualunque contenuto.
E c’é una bella differenza fra la situazione della Lombardia in Italia e del Tibet in Cina.
Caro alex,
ti ricordo che i Tibetani NON chiedono l’indipendenza ma L’AUTONOMIA.
Il concetto non é sottilmente diverso, é proprio un altro universo concettuale.
proprio per questo trovo strano che tu possa avere dubbi anche sulla posizione assiologica da prendere circa le richieste tibetane, che paiono legittime sotto qualunque profilo, giuridico internazionale e etico.
La chiara distinzione tra autonomia ed indipendenza fa cadere ogni tua obiezione.
Qui non si tratta di assecondare una minoranza rissosa che vuole secedere da uno Stato democratico e rispettoso dei diritti degli individui e delle minoranze, ma di un’etnia antica che si é vista ridurre in minoranza nella propria terra attraverso una migrazione forzosa di 7 milioni di Han e chiede semplicemente forme di autonomia che ne garantiscano l’identità culturale.
Aggiungo che la Costituzione cinese SULLA CARTA garantisce tali autonomie, ma sappiamo che in Cina, come già in URSS, le norme in tal senso sono sempre state completamente disattese.
In realtà i Tibetani non chiedono che l’applicazione della Costituzione cinese.
In ogni caso, sul principio di autodeterminazione dei popoli, ricordo l’articolo 1 par.2 della Carta delle Nazioni Unite:
"Les buts des Nations Unies sont les suivants : […] Développer entre les nations des relations amicales fondées sur le respect du principe de l’égalité de droits des peuples et de leur droit à disposer d’eux-mêmes, et prendre toutes autres mesures propres à consolider la paix du monde;"
Un convegno sul tema organizzato dalla Regione Piemonte:
http://www.radicali.it/view.php?id=150533
Un convegno sul tema organizzato dalla Regione Piemonte:
http://www.radicali.it/view.php?id=150533