A proposito di Marchionne

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Se la vita reale fosse un film hollywoodiano di quelli che fanno commuovere a questo punto Sergio Marchionne si sveglierebbe dal coma.

Dopo il primo periodo di terapia riabilitativa (che nei film in genere vengono riassunti in dieci minuti esaltanti con tanto di fanfara in sottofondo) il caro Sergio, dopo aver ragionato un poco sulla fragilità della vita umana, cercherebbe di riprendere le sue attività lavorative precedenti. Magari con qualche difetto fisico (non troppo appariscente ovviamente) dovuto al coma che impietosisca il pubblico. Un leggero zoppicare e un maldestro uso della mano sinistra sarebbe l’optimus narrativo.

Scoprirebbe così, dopo i primi patetici tentativi dei familiari e amici di nascondere la verità, che due ore dopo la sua entrata in coma era già stato defenestrato dai suoi ex amici (alla faccia dei “coccodrilli” di circostanza) dall’azienda da lui ri-fondata e portata ai fasti gloriosi di controllare il cinque percento del mercato dell’auto mondiale.

Si ritroverebbe quindi ad essere una persona “in più” in quell’azienda con cui aveva guadagnato tanti soldi e tanti ne aveva fatti guadagnare ai suoi soci; quindi prima che qualcuno tagli il suo posto (o assuma un tagliatore di teste per cacciarlo) se ne andrebbe in un sussulto di dignità.

A quel punto, a causa dell’inevitabile perdita di smalto dovuta al coma, scoprirà che i suoi ricconi amici i quali tanto lo osannavano fino a che faceva entrare i soldi nei loro conti correnti, preferiscono non frequentarlo perché non è certamente chic farsi vedere con una persona che zoppica a meno che non sia così potente da non essere uno zoppo ma un ricco. Già, perché può capitare che, facendo due conti, i soldi spesi nelle terapie riabilitative extra lusso in cliniche alpine da ventimila euro al giorno (extra esclusi) non consentirebbero al nuovo Sergio Marchionne di avere più quel cash che gli consentiva di frequentare l’élite (poco) umana nella sua vita precedente.

Così, nel film hollywoodiano Sergio Marchionne avrebbe una seconda pausa riflessiva, stavolta molto più pesante e profonda poi, per quelle coincidenze che gli sceneggiatori sono così bravi a sviluppare, incontrerebbe degli operai o anzi (se vogliamo fare il film ancora più drammatico) degli orfani di operai che si sono suicidati dopo che lui li aveva licenziati.

A quel punto, il nuovo Marchionne capirebbe, come sempre succede nei film, che i soldi non danno la felicità, che ci sono valori più alti di avere conti correnti con zeri infiniti e magari, se ci fosse ancora qualche regista alla Frank Capra, che a ben vedere non è neanche giusto che in questo mondo ci sia chi si accende i sigari con le banconote da 500 euro e chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. E a volte neanche uno dei due pasti.

A quel punto il film avrebbe il “classico” colpo di scena in cui, con qualche cavillo legale, il nuovo Sergio Marchionne riprende in mano la società, comincia a fare delle politiche sociali, riassume i lavoratori e gli ridà i diritti che gli aveva fatto perdere. Come? Magari tagliando i profitti dei manager come farebbe un moderno Olivetti e festeggerà l’inizio della nuova avventura in linea di produzione insieme all’operaio Fiom o Usb invece che al Billionaire con Briatore.

Poi se il film virasse sulla fantascienza la Fiat magari tornerebbe anche a fare delle macchine decenti, ma senza chiedere così tanto agli sceneggiatori ci potremmo già accontentare a questo punto del classico “…e vissero tutti felici e contenti”.

Purtroppo nel mondo reale sappiamo bene che non sarà così e che se anche dovesse accadere il miracolo che il buon Marchionne si risvegli sarà un turbo-capitalista ancora più spietato di prima.

Ma noi, ovvero quei cattivoni che non si sono stracciati le vesti per la malattia di colui che ha “risanato” la Fiat e ha fatto pressioni sui politici affinché fossero smantellati i diritti dei lavoratori nel nostro paese, siamo degli eterni sognatori e ci piace pensare che prima o poi un lieto fine, non solo al cinema, ci sarà.

 

Alessandro Chiometti

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