La sentenza della Cassazione che ha confermato l’affidamento esclusivo di un bambino alla madre, convivente con un’altra donna, ha iniziato come prevedibile a far discutere.
Le prime reazioni sono arrivate dal mondo cattolico, che reclama come unico alveo familiare possibile per un minore quello formato da una donna (la madre) e un uomo (il padre). Le gerarchie cattoliche e la stampa a loro vicina incentrano la critica sul diritto del bambino alla bigenitorialità tacciando la sentenza della Suprema Corte di considerare «il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori della realtà naturale, biologica e psichica, umana» (Carlo Cardia su Avvenire del 12 gennaio) e di avallare «l’adozione dei bambini da parte degli omosessuali» che «porta il bambino a essere una sorta di merce» (arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Dicastero vaticano per la famiglia). Non sono mancate, sulla stampa tutta, interviste a psicoanalisti e psicologi dell’età evolutiva tra i quali vige una variegata gamma di approcci proprio perché, come indica correttamente la sentenza, «si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino».
Intanto è da rilevare, per smontare la crescente strumentalizzazione del caso, che la sentenza non parla di adozione gay né di omogenitorialità: il bambino in questione ha un padre col quale continuerà a vedersi con cadenza quindicinale, ma è stato affidato alla madre che convive con la sua compagna. D’altronde alle esagerazioni siamo abituati da tempo: l’aborto e l’eutanasia, per il mondo cattolico, sono omicidi, le coppie gay un attentato alla famiglia tradizionale e ora affidare un bambino a una madre lesbica significa consentire le adozioni omosessuali.
Detto ciò, viene spontaneo osservare che la tutela del minore e del suo diritto a crescere in un ambiente sano venga affrontata solo quando passa dalle aule di un tribunale. E allora ognuno crede di poter dire cosa è giusto o sbagliato, pontificando su questioni “morali” che con la legge nulla hanno a che vedere. Un problema di diritto, cioè, si trasforma in un referendum etico.
Se la domanda “è giusto che un bambino venga affidato alla madre se questa convive con un’altra donna?” è lecita, allora lo sono tante altre. E tutte riguardano la salute psicologica del bambino. Vuol dire che la legge dovrebbe intervenire in tutti quei casi in cui si teme una «manipolazione», per dirla con Avvenire, del minore o un impatto negativo sulla sua crescita. Eppure, per le famiglie “normali”, cioè formate da un uomo, una donna e relativa prole, nessuno si preoccupa dell’educazione dei figli. Non se ne preoccupano i tribunali, non se ne preoccupa l’opinione pubblica. Ma all’interno di queste famiglie esistono anche genitori litigiosi, assenti, violenti, anaffettivi o irresponsabili, genitori che riversano aspettative o malesseri sui figli, genitori che li usano come arma di ricatto nei confronti del coniuge (o ex); persone, in altri termini, inadeguate al loro ruolo che producono danni indelebili nella progenie. La sacralità dell’alveo in cui si muovono, però, li esime da ogni forma di giudizio.
Sindacare su cosa sia giusto e cosa sbagliato per la crescita di un bambino porta a discorsi pericolosi. Ammettendo per un attimo che i parametri di valutazione siano univoci, se esistono situazioni “buone” e “cattive” in cui allevare un figlio allora esistono anche genitori capaci e incapaci. E ancor prima, persone adeguate ad avere figli e persone che non lo sono. E questo indipendentemente dalla formalizzazione familiare (matrimonio, convivenza omo o etero, separazione). Chi strumentalizza la sentenza della Cassazione dovrebbe, per logica, proporre un esame per diventare genitore, una specie di patente, magari da rinnovare ogni anno, che attesti l’idoneità dell’individuo ad assumersi l’onere intellettivo, emotivo, psicologico ed economico della crescita di un figlio. Chi non superasse l’esame non potrebbe mettere al mondo figli e, se ce li ha già, dovrebbero essergli tolti per affidarli a genitori più degni. Questo, per assurdo, è lo scenario che si prospetta se si attribuisce alla sentenza un valore morale.
Ma c’è di più. La fecondazione eterologa, vietata in Italia dalla legge 40 ma possibile in tutti i paesi più evoluti del nostro, consente a ogni donna single o lesbica che lo desideri – e possa permettersi il viaggio – di diventare madre. E nel secondo caso magari assieme alla sua compagna. Cosa propongono su questo i difensori dei diritti dell’infanzia? Un intervento legislativo? La sterilizzazione obbligatoria delle donne non regolarmente coniugate?
La riproduzione è un diritto dell’individuo, che sia eterosessuale, omosessuale, intelligente, stupido, grasso o magro. Che sia all’altezza del mestiere più difficile del mondo, quello di genitore, o non lo sia. Entrare di violenza, e per legge, in un ambito così delicato e soggettivo porterebbe ad aberrazioni vicine a quell’eugenetica contro la quale si urla, quasi sempre a sproposito, nel mondo cattolico.
Se nulla si può fare per quei disagi latenti e mai denunciati che subiscono molti figli a causa di genitori inadatti seppur eterosessuali, molto, invece, è possibile per agevolare minori che, integralisti nostrani nolenti o volenti, hanno due genitori dello stesso sesso o vivono in famiglie omoparentali. Perché il problema è solo culturale e la discriminazione che ne consegue non è “naturale”, bensì generata da chi la brandisce come arma per salvaguardare valori ormai obsoleti in una società che cambia.
Ecco perché la sentenza della Cassazione, in questo senso, è importante. Non entra nel merito del tipo di affettività dei genitori ma si limita a giudicarli per quello che sono nel contesto: una madre e un padre che si contendono un figlio. Al quale bisogna dare, come in tutte le separazioni, il massimo della tutela giuridicamente possibile.
Cecilia M. Calamani – Cronache Laiche

Non dovrebbero essere gli psicologi a segnalare benefici o pericoli inerenti la salute psichica? Come psicologo dico: mica male sarebbe l’idea di un “patentino” per genitori! Forse si potrebbero portare consigli molto utili che potrebbero evitare equivoci ed errori educativi frequenti.
Chi assume dipendenti è obbligato a fare il corso sulla sicurezza negli ambienti di lavoro. Ci sono anche sanzioni per chi trascura questo obbligo. La sicurezza e la salute fisica e psichica dei figli non è altrettanto importante come quella dei dipendenti? Non dico di fare un corso di mesi, ma un corso di 10 ore tenuto da pediatri e psicologi sulle cose assolutamente essenziali non farebbero affatto male.
Adozioni gay: come psicologo sono molto perplesso circa il desiderio di adottare bambini da parte di coppie gay. Nessuno ne parla mai, chissà perché, tuttavia è giusto domandarsi: ma è un desiderio equilibrato o può sottintendere bisogni nevrotici? Il mio timore è che dopo secoli di censure, persecuzioni e disprezzo sociale, i gay non si siano del tutto liberati del timore inconscio di sentirsi diversi, nonostante lo sbandierato orgoglio ritrovato.
E per omologarsi ancora più ufficialmente, tendono così a “imitare” e fare propri gli emblemi tipici dell’eterosessualità: matrimonio, figli. Ora, io sono spesso scettico anche quando il bisogno di adottare proviene da coppie eterosessuali, perché nell’interesse del minore, se fossi un consulente del tribunale, dovrei domandarmi: ma questa coppia vuole dare una famiglia ad un bambino disagiato, oppure organo, ecc., oppure dietro questa apparente generosità non si cela magari un BISOGNO di sentirsi madre, un possessivismo, una negazione del proprio stato di non fecondità, uno status sociale, ecc. ecc.?
Quindi, indipendentemente dall’orientamento sessuale, l’adozione PUO’ (ovviamente solo in alcuni casi) avere motivazioni non del tutto sane psicologicamente.
Si aggiunga che, nel caso delle coppie gay, la motivazione ad adottare bambini è ancora più sospetta, più simbolica, sembra quasi una “rivalsa” contro gli eterosessuali.
Ben venga la sentenza della Cassazione che aiuta a capire che nella condizione omosessuale non c’è nulla di scandaloso, il giudizio morale è un dato culturale che speriamo di cancellare del tutto nella nostra società. I bambini devono essere aiutati a capire che la realtà è multiforme, multiculturale, non esiste una religione migliore ma tante religioni e tante filosofie di vita, analogamente non c’è solo una sessualità ma diverse forme, ecc. ecc.
Va anche detto però che l’apertura mentale non sostituisce i pochi punti fermi su cui si fonda la nostra personalità e il suo sviluppo a partire dalla nascita. E fra i pochi ma basilari punti fermi dobbiamo includere la figura paterna e materna. Già il fatto di vivere in una famiglia dove il padre è piuttosto carente come figura o la madre poco “materna” può essere motivo
di gravi squilibri. Si noti che molti serial killer hanno avuto un rapporto esageratamente infantile e intimo con la propria mamma e un rapporto negativo con la figura paterna. Quindi a qualcosa servirà avere rapporti equilibrati con ENTRAMBI i genitori, non sono solo teorie psicoanalitiche né dogmi freudiani.
Figuriamoci cosa può succedere ad un bambino che cresce sin da piccolo con 2 madri o 2 padri. Posto che gli omosessuali abbiano una chiara figura da proporre, perché nel caso di omosessali che accentuano alcune caratteristiche dell’altro sesso, come i gay effeminati o le lesbiche cosiddette “camioniste”, credo che la faccenda si complica molto.
Non c’è dubbio che ci sono, purtroppo, molte famiglie patologiche fra quelle ordinariamente eterosessuali, e che in molti casi è 100 volte meglio crescere con i genitori gay piuttosto che avere un padre alcolizzato e violento, tuttavia non per questo possiamo sottovalutare quella che dovrebbe essere la regola, o meglio, il diritto di ciascuno di poter avere un buon padre “paterno” e una buona madre “materna”.
sinceramente Luigi, invece di tanti problemi sui reali motivi della coppia omo o etero che sia, credo solo che uno si dovrebbe chiedere se il bambino possa star meglio in un orfanotrofio bielorusso.
Come GAY posso dire che personalmente non sento il bisogno nè di matrimonio nè tantomeno di figli, bensì del riconoscimento delle coppie di fatto, anche se le osservazioni dello psicologo qui sotto sono giuste, ci saranno sicuramente delle coppie che avendo un rapporto solido e duraturo sentono il bisogno di crescere e amare dei figli, ma tanto il “pericolo” non c’è stato e chiesa guadagnano troppo sulle sofferenze ltrui in Italia, quindi tutti tranquilli. Eppoi la casta già ce l’ha i pax per cui……