RIVISTA “CIVILTÀ LAICA” N. 39 – L’educazione sorvegliata – Scuola, potere e democrazia

Pubblicato da

 

Istruzioni per leggere il potere

Quando il potere vuole durare, non comincia mai dalla repressione. Comincia dall’educazione. O, più precisamente, da ciò che decide di chiamare educazione.

La scuola è uno degli ultimi spazi in cui la democrazia non è opzionale. Non si sceglie, non si eredita, non si compra. È il luogo in cui soggetti che non condividono origine sociale, cultura, religione o visione del mondo sono costretti a stare insieme, a confrontarsi, a misurarsi con regole comuni. È anche per questo che la scuola pubblica è diventata, ovunque, un bersaglio politico prioritario.

Continuare a leggere ciò che sta accadendo come una somma di riforme sbagliate, di ministri incompetenti o di nostalgie autoritarie significa fermarsi alla superficie. La trasformazione in atto non è episodica né locale. È coerente, riconoscibile, riproducibile. Ed è già stata sperimentata altrove.

Il potere contemporaneo non si presenta più come potere. Si presenta come gestione. Non parla di obbedienza, ma di responsabilità; non parla di disciplina, ma di ordine; non parla di esclusione, ma di merito. È così che il conflitto viene depotenziato e il consenso costruito mentre i diritti vengono progressivamente ristretti.

Una lettura transfemminista consente di cogliere con particolare chiarezza questi processi, perché insegna a riconoscere che il potere non agisce in astratto, ma governa attraverso i corpi, le relazioni, la sessualità e la riproduzione sociale. La scuola è uno dei luoghi in cui questi livelli si intrecciano in modo evidente, ed è per questo che diventa un terreno privilegiato di intervento politico.

In questo schema, alla scuola vengono assegnati tre compiti fondamentali.

Il primo è selezionare precocemente, naturalizzando le disuguaglianze. Quando le condizioni di partenza sono diseguali, il merito diventa una giustificazione morale dell’ingiustizia. L’orientamento sempre più precoce, la differenziazione anticipata dei percorsi e la svalutazione di alcuni saperi producono una stratificazione sociale che la scuola, invece di contrastare, finisce per certificare e rendere strutturale.

Il secondo è depoliticizzare. Una scuola che rinuncia al pensiero critico, alla storia, alla capacità di leggere i rapporti di potere disabitua al conflitto come elemento formativo. Quando il sapere viene ridotto a competenza e la competenza a performance, non scompare l’ideologia: scompare la possibilità di riconoscerla, di metterla in discussione, di immaginare alternative.

Il terzo è ricondurre i corpi sotto controllo. Educazione sessuo-affettiva, relazioni, identità e affettività non sono temi marginali: sono anche strumenti centrali di prevenzione della violenza, perché insegnano a riconoscere il consenso, a nominare i confini, a leggere le relazioni di potere prima che diventino abuso. È proprio questa funzione preventiva a renderle politicamente indigeste. Prevenire la violenza significa sottrarre terreno al controllo. Per questo la scuola deve essere sorvegliata, neutralizzata, resa permeabile all’intervento delle famiglie. La retorica della “libertà educativa” serve a restituire alle appartenenze originarie la possibilità di determinare il destino delle nuove generazioni.
Nulla di tutto questo è casuale. Nulla di tutto questo è esclusivamente italiano.

Queste politiche sono il prodotto di una strategia globale dei movimenti anti-diritti, o anti-gender, che operano attraverso reti transnazionali, think tank, fondazioni e alleanze politico-religiose, traducendo obiettivi comuni in linguaggi diversi a seconda dei contesti nazionali. Il riferimento al “gender” non rimanda a una teoria scientifica o accademica, ma a una costruzione ideologica deliberatamente inventata, di cui Civiltà Laica ha più volte analizzato origine, funzione e uso politico.

L’attacco alla scuola pubblica non è un effetto collaterale né una deriva accidentale. È una strategia di lungo periodo. Non promette ordine perché teme il caos, ma perché teme l’autonomia di soggetti capaci di leggere il mondo, di nominare le disuguaglianze, di riconoscere il potere quando si traveste da necessità.

Difendere la scuola pubblica significa difendere uno spazio laico di formazione del pensiero critico, in cui l’educazione non è subordinata né al mercato né alla morale di una comunità particolare. Perché senza scuola pubblica non c’è cittadinanza, e senza cittadinanza i diritti non sono mai garantiti, ma sempre concessi.

Leggere il potere oggi significa imparare a riconoscerlo proprio quando si presenta come inevitabile. La scuola è uno dei pochi luoghi in cui questa lettura può ancora essere appresa. Ed è esattamente per questo che viene messa sotto attacco.

Silvia Menecali

 

↓↓↓ FREE DOWNLOAD ↓↓↓

cl39_web

24 Febbraio 2026   |   in evidenza, rivista   |   Tags: , , ,