La famiglia che non c’è (più)

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Famiglia, dal punto di vista grammaticale, è un sostantivo astratto, ossia un termine che indica un concetto. Al pari di felicità oragionamento, ognuno può declinarlo secondo la sua cultura o la sua personale percezione. Possono “sentirsi” famiglia delle persone che si amano, delle sorelle, un nonno e i nipoti o degli amici di vecchia data, solo per fare alcuni esempi. simpsonaddamsL’unico fattore comune a tutte le possibili accezioni è il legame affettivo tra i suoi componenti. Ne consegue che cercare di ingabbiare un concetto come famigliadentro vincoli legislativi che ne limitano a priori le caratteristiche porti a qualche forzatura.

La Costituzione italiana definisce la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio». Il che, nel 1948, era più che giustificato. La famiglia “tipo” era costituita da un uomo e una donna regolarmente coniugati e dall’eventuale prole. Erano i tempi in cui l’omosessualità era ancora considerata una malattia e nascosta come un disonore peggiore solo a quello attribuito a una “ragazza madre”, mentre i nuclei ricostituiti al di fuori di un matrimonio rappresentavano realtà socialmente deprecabili. I miti cattolici sulla sessualità, l’indissolubilità del sacramento matrimoniale, il «disordine morale» attribuito ai rapporti omoaffettivi erano strettamente connessi all’etica pubblica e anzi coincidevano con essa. D’altronde il Cattolicesimo era, fino alla riforma concordataria del 1984, religione di Stato.

Ad eccezione della recente (dicembre 2013) equiparazione di tutti i figli a prescindere se nati fuori o dentro al matrimonio, è dagli anni Settanta, portatori della legge sul divorzio e della revisione del Diritto di famiglia, che la nostra legislazione in materia è ferma al palo. Eppure, un’inarrestabile evoluzione sociale inchioda da tempo la famiglia “tradizionale” al suo ruolo di testimone del passato. Basterebbe una rapida occhiata all’andamento negli anni dei dati Istat inerenti a separazioni e divorzi (in crescita), matrimoni (in calo) e coppie di fatto accertate (in crescita) per capire che la famiglia basata sul vincolo matrimoniale non è più rappresentativa della società e, di conseguenza, una fetta consistente e in continuo aumento della popolazione è senza tutele giuridiche per ciò che riguarda le sue scelte affettive. L’eredità, la reversibilità della pensione, l’assistenza sanitaria e penitenziaria, le celebrazioni funebri, gli assegni familiari, il subentro nei contratti di affitto sono diritti riconosciuti ai soli coniugi. E mentre le coppie eterosessuali possono supplire a questa mancanza sposandosi, per gli omosessuali e tutti i conviventi il cui rapporto non sia riconducibile a quello di una coppia non c’è attualmente nulla da fare.

C’è da chiedersi quale sia il motivo di un ritardo legislativo che più passa il tempo e più diventa imbarazzante, relegandoci a pieno titolo tra i Paesi sottosviluppati. La questione è puramente ideologica, come dimostrano le lunghe discussioni parlamentari inerenti ai vari disegni di legge sulle unioni di fatto, a oggi tutti affossati, o i tantiniet al matrimonio omosessuale.
Il legislatore di un Paese laico dovrebbe prendere atto dei cambiamenti sociali e cercare di normarli nel modo più “leggero” possibile estromettendo valutazioni morali che non gli competono, sempre che il riconoscimento di un diritto non ne leda un altro. E in effetti una legge sulla famiglia che prescinda dal tipo di rapporto tra i contraenti e dal loro sesso estenderebbe la tutela giuridica a un maggior numero di cittadini senza recare alcun danno ai nuclei già riconosciuti. Ma la logica dell’innalzamento dei diritti come fattore di progresso sociale si scontra con una mentalità dura a morire in un Paese che ancora troppo spesso fa fatica a distinguere il peccato dal reato e con una classe politica che, a prescindere dal colore, si guarda bene dal pestare i piedi al Vaticano.

Perché agevolare il naturale cambiamento sociale sarebbe davvero semplice. Basterebbe, ad esempio, adottare la definizione di famiglia anagrafica: «Per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso Comune» (Regolamento anagrafico del 30 maggio 1989, art. 4). Semplice, chiaro e inclusivo della libertà di tutti. Ma non è che manchino le formule; quel che manca è l’onestà di capire che è impossibile ostacolare la naturale evoluzione dei costumi se non attentando al concetto stesso di democrazia che è, per sua stessa definizione, rappresentazione delle istanze di tutti i cittadini.

Cecilia M. Calamani – Cronache Laiche

8 Settembre 2014   |   articoli, riflessioni   |   Tags: , ,