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	<title>arte Archivi - Associazione Culturale Civiltà Laica</title>
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	<description>Per un movimento culturale volto a difendere la Laicità dello Stato.</description>
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		<title>O MUSA SE NON CI FOSSI TU!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alexjc]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 10:25:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se parlando dei grandi maestri della storia dell’arte vi nominassi  Mnesarete, Lydia, Emile , Dagny, Simonetta, Monique… probabilmente mi guardereste e, con faccia interrogativa, mi direste ma che cosa stai dicendo? Chi sono queste donne ?  E un po’ avreste ragione , ma se vi cominciassi a nominare Prassitele, Matisse, Klimt, Botticelli allora sì che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se parlando dei grandi maestri della storia dell’arte vi nominassi  Mnesarete, Lydia, Emile , Dagny, Simonetta, Monique… probabilmente mi guardereste e, con faccia interrogativa, mi direste ma che cosa stai dicendo? Chi sono queste donne ?  E un po’ avreste ragione , ma se vi cominciassi a nominare Prassitele, Matisse, Klimt, Botticelli allora sì che mi guardereste con occhi  affermativi esclamando “Sì, sì! Li conosco, ho visto le loro opere al museo.”</p>
<p>Ma la storia di queste donne, per lo più sconosciute, è intimamente legata alla nascita di alcune tra le più significative opere della nostra storia dell’arte. Se non si fossero trovate lì quel giorno e in quel momento, probabilmente Matisse, Klimt, Picasso, Botticelli non avrebbero dipinto molte delle loro opere.</p>
<p>L’arte non è fatta solo di colori, di tele, di idee ma è anche di colpi di fulmini, di incontri che si trasformano in turbamenti, tormenti ed ispirazione. È un attimo che, donne “comuni” accendano la scintilla della magia del “genio”, diventando così muse , fonte di ispirazione per scrittori, poeti e artisti.</p>
<p>Per anni <strong>Matisse</strong>, chiuso nel suo atelier, ritrasse donne nelle più svariate posizioni e situazioni  attratto dalle linee che, incontrandosi, con altre  davano vita ai volumi, alle rotondità, alla sensualità di per sé donna. Il rapporto che Matisse instaurò con le donne andò al di là della mera sfera sessuale, visto che la maggior parte di esse ha sempre affermato di aver avuto solo un rapporto platonico con l’artista. Non stentiamo a credere a ciò, visto che anche nel giorno del suo matrimonio  dichiarò alla moglie il suo amore con queste parole: “<em>Ti amo teneramente, signorina, ma amerò sempre di più la pittura</em>”.</p>
<p>Nella vita artistica di Matisse ce ne furono tante di donne ma se nel 1932 non avesse conosciuto  <strong>Lydia Delectorskaya</strong> non sarebbero mai nate opere come “Ritratto di Lydia” oppure “Signora in blu” o “La danza”. Ma chi era questa “principessa di ghiaccio”, come la chiamava Matisse?<br />
Era nata nel 1910 in Russia, rimase orfana all’età di 12 anni e fu cresciuta dalla zia. Il suo sogno era quello di diventare medico ma non era facile in una Russia che si stava preparando alla Rivoluzione.</p>
<p><a href="https://www.civiltalaica.it/cms/index.php/o-musa-se-non-ci-fossi-tu.html/lydia" rel="attachment wp-att-20134"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-20134" src="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia-1024x576.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia-1024x576.jpg 1024w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia-300x169.jpg 300w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia-768x432.jpg 768w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia-280x158.jpg 280w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/lydia.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Lydia riuscì a scappare dalla steppa poco prima che la situazione degenerasse e si rifugiò a Parigi, dove venne accettata alla Sorbona per studiare medicina. La sua esperienza universitaria fu breve perché, non riuscendo a pagare le tasse della retta, fu costretta a lasciare la Facoltà e a trasferirsi  all’interno della comunità russa parigina. In questo ambiente, sfruttando la propria bellezza, cominciò a fare la modella e la ballerina.<br />
Una sera come tante altre conobbe Matisse e le loro vite si intrecciarono per ben due decenni.  Lydia inizialmente fu assunta per prendersi cura della moglie malata di Matisse ma ben presto l’artista lasciò questa per rimanere con Lydia.<br />
Musa, amante, assistente, manager Lydia fu un po’ tutto per Matisse e la loro collaborazione portò l’artista a produrre delle opere importanti.<br />
“<strong>Ritratto di Lydia</strong>”  e “<strong>Signora in blu</strong>” rappresentano una novità nel panorama artistico del pittore che fino a quel momento aveva sempre avuto modelle dalla bellezza mediterranea ; ora invece questa bellezza nordica, bionda e algida, cambiava le carte in tavola. Ecco che il biondo dei suoi capelli si sposa con i blu, i verdi e i rossi dando un impatto del tutto nuovo alle tele dell’artista.  Matisse affermò: “<em>Le mie modelle, figure umane, non sono mai delle figuranti in un interno. Sono il tema principale del mio lavoro</em>”.<br />
Anche “<strong>La danza</strong>”, una delle opere più importanti di Matisse, nacque con l’aiuto di Lydia. In questo caso la donna non è rappresentata sulla tela ma fece “da spalla” all’artista per tutti i sei mesi in cui egli la realizzò, occupandosi di tutte le sue necessità.  Rimasero insieme fino alla morte in un lungo ed empatico rapporto platonico.</p>
<p>Nella storia dell’arte ogni artista ha avuto  più muse. Donne che gli fecero “girare la testa” in diversi modi, ognuna di esse fu determinante per l’evoluzione del modo in cui l’artista esprimeva se stesso. Ma attenzione a non confondere mai tra modella e musa, una differenza che gli stessi artisti conoscevano bene.<br />
Modelle possono essere tutte le donne. <strong>Muse solo poche</strong>.<br />
Costoro sono quelle donne che ti entrano dentro, ti stimolano, non fa nulla quanto stiano nella tua vita; il loro arrivo ti sconvolge, ti cambia modo di vedere le cose, ti ispira sentimenti ed emozioni nuovi, diventano mezzi per esprimere te stesso.</p>
<p>Se poi il tuo modo di vedere la vita, l’amore, il sesso, la morte è profondo e intenso allora il rapporto che si crea con la tua musa è viscerale , quasi ossessivo, ma non sarà mai superiore  a quello che tu avrai con la pittura. Deve essere stato così anche per <strong>Edvard Munch</strong>, il più grande esponente dell’Espressionismo norvegese.<br />
Da sempre persona tormentata e dai grandi interrogativi esistenziali, Munch creò un modo di esporre i sentimenti stilizzato e scarno che arriva dritto al cuore. La sua infanzia fu segnata dalla morte della mamma e della sorella  e questo influì molto sul suo modo di essere. Fu proprio una donna che lo introdusse nel mondo dell’arte quando ancora era piccolissimo, una prima tenera musa che gli fece conoscere quella che sarebbe stata la sua più grande passione: la pittura. Poco dopo l’artista svilupperà il suo primo progetto artistico incentrato sulla morte della madre e della sorella.  Negli anni cercò sempre di scavare nell’anima dei sentimenti umani, nell’evoluzione dell’io e sempre indagò l’universo femminile. Il suo rapporto con le donne fu sempre ambivalente: timido e distaccato da un lato, ossessivo e violento dall’altro. Fu alla fine del 1800 che conobbe una delle sue più grandi muse, <strong>Mathilde Larsen</strong> detta <strong>Tulla</strong>, una donna indomita e caparbia che lo cercò e lo volle con tutta se stessa, mentre lui al contrario la respingeva e ma allo stesso tempo la anelava.  Lei era benestante, bella, anticonvenzionale , frequentava i “salotti buoni”, ma sul matrimonio non cedeva, lei voleva essere sposata dall’uomo che amava. Munch al contrario non credeva nel matrimonio, in quanto era convinto che l’amore dovesse essere libero, proprio come l’arte.</p>
<p>Scrive Munch: “<em>Un giorno ho detto a Fru [Tulla Larsen] […] il matrimonio è d’impedimento lungo la via dell’arte”</em>. Fu su questo punto che il rapporto tra l’artista e Tulla entrò in rotta.</p>
<p>Il connubio tra due portò alla realizzazione di “<strong>Testa a testa</strong>” (1905),  dove ritrae se stesso e Tulla. I volti dei due amanti non sono solo vicini ma sembrano fondersi in un’unica persona, i tratti stilizzati degli occhi , della bocca e del collo rimarcano ancora di più questa unione. Non c’è sfondo, solo le teste dei due amanti che con questo tratto ondulato sembrano abbracciarsi e diventare un&#8217;unica cosa. Era questo l’amore per Munch? Era la fusione completa di segno, gesto e colore? In quest’opera, che venne realizzata più e più volte, sembra di si. Ma non ci dimentichiamo che in alcune opere E. Munch ritrae la donna come un vampiro che ti cinge in un morbido abbraccio e allo stesso tempo di succhia energia vitale ( “<strong>La donna Vampiro</strong>” – 1895 ), in altre come una Madonna sensuale, provocante e sessuale contornata da spermatozoi ( “<strong>Madonna</strong>” – 1894-1902) e in altre ancora come una donna che distaccatamente abbandona la coppia (“<strong>La separazione</strong>” -1896).  Tutte queste opere delineano un uomo fortemente tormentato , angosciato, impaurito dall’esclusione, dal distacco , un uomo che tramutò le sue esperienza in opere che sembrano un pugno al cuore.</p>
<p>Tulla tentò anche il suicidio e questo turbò profondamente Munch, in quanto si sentì di essere caduto nella morsa del ricatto affettivo, imprigionando l ‘amore in una gabbia fatta di gelosia, ossessione e tormento. Il rapporto tra i due continuò fino a quando, nella loro casa di Åsgårdstrand, avvenne un litigio molto violento, a tal punto che Tulla sparò all’artista  ferendolo a una mano, da quell’episodio in poi i due non si rividero più. L’artista ricorda la fine della sua relazione con Tulla nel quadro “<strong>La morte di Marat</strong>” (1907), dove si vede un uomo disteso sul letto , nudo con le braccia distese (il braccio sinistro non si vede), e accanto a lui in piedi una donna, nuda anche lei , inespressiva, distaccata. Sulle lenzuola del sangue, un chiaro riferimento all’incidente avvenuto ai due amanti.  I due non si guardano, non si toccano; sembrano due estranei proprio come ormai è nella realtà.</p>
<p>Potrei continuare a raccontare tantissime storie di artisti e muse, di come senza di loro il mondo sarebbe stato più povero. Di come il loro essere fonte di ispirazione abbia permesso alla bellezza, ai sentimenti , all’arte di vivere e di arricchire le nostre menti. Quasi a confermare quello che i latini erano soliti dire , e cioè,  “<strong>Dotata animi mulier virum regit</strong>”, che in italiano suona più o meno così una “donna provvista di spirito d’animo sostiene il marito”.<br />
Nel corso della storia questa frase è ritornata più e più volte e si dice che sia stata proprio Virgina Wolf a reinterpretarla e a renderla definitivamente intramontabile:  “ Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna.”</p>
<p>Ciò è vero anche in arte, dietro un grande artista c’è sempre una donna forte. Principalmente perché alle donne per molto tempo è stata preclusa l’arte ma ci sono esempi in cui la donna ebbe come “musa” un uomo.</p>
<p><a href="https://www.civiltalaica.it/cms/index.php/o-musa-se-non-ci-fossi-tu.html/frida_kahlo_by_guillermo_kahlo_3" rel="attachment wp-att-20135"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-20135" src="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/Frida_Kahlo_by_Guillermo_Kahlo_3.jpg" alt="" width="500" height="666" srcset="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/Frida_Kahlo_by_Guillermo_Kahlo_3.jpg 500w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/Frida_Kahlo_by_Guillermo_Kahlo_3-225x300.jpg 225w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2021/04/Frida_Kahlo_by_Guillermo_Kahlo_3-120x160.jpg 120w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>E’ il caso di Frida Khalo e di Diego Rivera. Tralasciando per un momento che anche lui fu un grande artista , fu comunque l’uomo che più condizionò ed ispirò l’arte della famosissima pittrice messicana. La sua vita ebbe diverse battute d’arresto, una fra tutte il suo terribile incidente che la costrinse al letto per molti mesi e a portare un busto per tutta la vita. Ma non si buttò mai giù e affrontò tutto con grande dignità.</p>
<p>Quando incontrò per la prima volta Diego Rivera lei aveva solo quattordici anni e lui venti di più, lei era solo una studentessa, lui era già famoso sposato e con dei figli. A Frida non importò nulla della differenza di età, del suo essere volubile nei sentimenti, delle sue mille amanti. Lei era profondamente attratta dal suo carisma e nel 1929, all’età di 22 anni, lo sposò.<br />
Poco dopo il matrimonio cominciarono a viaggiare e lei si rese conto dell’enorme differenza tra il Messico e il resto delle metropoli e fu allora che decise di iniziare a dipingere la sua terra di origine e la sua cultura. Il suo rapporto con Diego, fatto di amore e dolore, fu sempre tormentato e passionale, non si vergognò mai di quello che provava, di quello che le capitava (amore, dolore, tradimenti, aborti..); con la stessa bellezza con cui aveva affrontato quello che la vita aveva avuto in serbo per lei, traspose il suo matrimonio sulle sue tele. Un esempio fra tutte è l’opera “<strong>L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot</strong>” (1949),  qui l’amore per Diego viene inserito  in una dimensione onnicomprensiva e assolutista. Ma non mancano quadri in cui lei  mette in mostra il dolore che Diego le provoca, come in “<strong>Qualche piccolo colpo di pugnale</strong>” (1935), dove una donna è stesa sul letto dopo che il compagno l’ha ripetutamente pugnalata.</p>
<p>C’è da dire che anche Diego Rivera ritrasse Frida, come ad esempio in “<strong>Desnudos sentado con brazos levantados</strong>”o in “<strong>Ritratto di Frida Kahlo</strong>” e molte altre opere dove la moglie compare in tutta la sua bellezza delicata e forte al contempo. Il loro amore venne “visto” da tutto il mondo , il loro fu un rapporto   intellettualmente e artisticamente alla pari,  l’amore , la stima e la passione che li legava furono da stimolo a entrambi.</p>
<p>Questo aneddoto è la prova  perfetta di come, in fin dei conti, anche una musa si può trasformare in artista (Frida Khalo) e un artista (Diego Rivera) si può trasformare in musa.</p>
<p><strong>Paola Samaritani</strong></p>
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		<title>Shirin Neshat</title>
		<link>https://www.civiltalaica.it/cms/shirin-neshat/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[alexjc]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2020 21:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Donald Trump ha spesso dichiarato di non essere interessato a voler iniziare una guerra contro l’Iran, eppure in una notte l’uccisione del generale iraniano Quassem Suleimani ha fatto pendere l’ago della bilancia verso l’esplosione di essa. In men che non si dica ci siamo tutti ritrovati a cercare su Google dove si trovasse l’Iran, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.civiltalaica.it/cms/shirin-neshat/">Shirin Neshat</a> proviene da <a href="https://www.civiltalaica.it/cms">Associazione Culturale Civiltà Laica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Donald Trump ha spesso dichiarato di non essere interessato a voler iniziare una guerra contro l’Iran, eppure in una notte l’uccisione del generale iraniano Quassem Suleimani ha fatto pendere l’ago della bilancia verso l’esplosione di essa.</p>
<p>In men che non si dica ci siamo tutti ritrovati a cercare su Google dove si trovasse l’Iran, e non ci credo a chi dice di no, perché fino all’altro ieri per tutti noi l’Iran era solo uno dei tanti stati islamici che ogni tanto sentivamo al telegiornale.</p>
<p>Cominciamo a mettere i puntini sulle i, l’Iran, o anche Persia, è una Repubblica Islamica che si affaccia sul Golfo Persico. Fino al 1979 fu uno stato laico, di religione islamica, con un’ economia fiorente e una vita culturale vivace. Non c’erano donne velate, uomini barbuti ed esecuzioni in piazza. Nell’Aprile di quello stesso anno tutto cambiò, dopo una cruenta rivoluzione divenne una Repubblica islamica governata dai religiosi sciiti. Come in un brutto sogno quel paese in via di sviluppo si trovò catapultato in una sorta di Medioevo anacronistico e del tutto inconcepibile per noi occidentali. Le donne furono costrette a indossare il Burqa, i loro diritti vennero azzerati, non poterono più parlare in pubblico, le scuole iniziarono a insegnare il Corano e la Sharia prese il sopravvento su tutto. Nonostante alcuni movimenti di rivolta l’Iran continua a essere una Repubblica islamica , fatta di mille contraddizioni, di bellezze inespresse e di ricordi di un paese che non c’è più.</p>
<p>E’ in questo paese che nasce Shirin Neshat, una delle artiste contemporanee più stimolanti. Classe 1957, cresciuta in una piccola cittadina poco distante da Tehran; all’età di 17 anni si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’Università della California di Berkeley, qui scopre il suo interesse per la fotografia che si evolverà in quello per la video-arte e per il cinema. Dopo la sua laurea si trasferisce a New York dove tutt’ora vive. In questi lunghi 13 anni la situazione politica iraniana le ha impedito di far ritorno nel suo paese.</p>
<p>E’ soltanto nel 1990 che riesce a far ritorno in Iran, ma quello che trova è un paese molto diverso da quello che ha lasciato e in una dichiarazione del 1997 dice : “… è stato una delle esperienze più sconvolgenti della mia vita. Quando tornai ogni cosa sembrava cambiata. Sembrava che ci fossero pochi colori. Tutto era bianco o nero. Tutte le donne indossavano il nero chador. Fu uno shock immediato”.</p>
<p>E’ da questo shock che ha inizio la sua riflessione sulle differenze tra la cultura occidentale, di cui ormai è figlia adottiva, e la cultura orientale-islamica, di cui è figlia legittima. La sua attenzione si focalizza soprattutto sull’identità della donna in Iran, sulle discriminazioni di genere e sul difficile rapporto uomo-donna.</p>
<p>Inizialmente è il mezzo fotografico che da forma alla sua ispirazione e tra il 1993 e il 1997 realizza “<span style="font-size: medium;"><b>Woman of Allah</b></span>”, una serie di fotografie in bianco e nero in cui vediamo l’artista o altre donne comuni vestite con il chador, con le parti del corpo scoperte (mani, piedi, viso, occhi) ricoperte di versi persiani di poetesse iraniane contemporanee che si ribellano agli stereotipi della donna islamica. Elemento interessante di queste opere sono le armi, che vengono rappresentate in ogni foto, come a volere evidenziare che la donna viene chiamata a imbracciare le armi in nome della rivoluzione. Questa è la vera novità della rivoluzione iraniana. Fino a quel momento la donna nella cultura islamica ha sempre avuto una dimensione privata, domestica, mai pubblica o politica, ora invece viene coinvolta in un cambiamento così importante, addirittura invitata a imbracciare le armi. Tra queste foto quelle più suggestive sono: “Seeking Martyrdom” e “Birtmark”. Nella prima l’artista si ritrae vestita con il chador e con un fucile tra le mani , un fucile che divide a metà la fotografia, e delle mani che lasciano il bianco e nero per colorarsi di rosso. Sullo sfondo troviamo una poesia persiana.</p>
<p>Nella seconda foto l’artista si ritrae con una mano davanti la bocca a sottolineare il silenzio in cui la donna islamica è costretta. Questa volta è sulla mano posta davanti la bocca che, come un decoro, scorrono i versi delle poetesse iraniane. Trovo estremamente evocativa la mano che da tappo (in quanto chiude la bocca) diventa una tela per esprimere opinione e comunicare con lo spettatore.</p>
<p>Piano piano Shirin Neshat si avvicina alla video-installazione come mezzo di comunicazione ed è cosi che nascono opere che raccontano storie comuni tra il quotidiano e il poetico, attraverso l’uso esclusivo di immagini e suoni. Anche qui il bianco e nero è scelto come forma di comunicazione , in quanto, secondo l ‘artista se si riprendono le persone a colori si immortalano i loro vestiti, mentre se si usa il bianco in nero si rappresenta la loro anima. Lei stessa afferma: “Ho iniziato a diventare davvero critica verso il regime e il mio lavoro è cambiato drasticamente. Sono passata dalla fotografia al video e al film. Volevo raccontare storie anche con il sonoro, la performance, il movimento».</p>
<p>Ed è così che nel 1998 realizza “<b>Turbolent</b>”,opera della durata di 10 minuti in cui l’artista affronta il tema del divieto della donna di esibirsi in pubblico. Lo schermo, diviso in due parti, mostra da un lato un uomo e dall’altro una donna in procinto di iniziare a esibirsi, fino a qui niente di strano; tutto prende una piega diversa quando ci si accorge che l’esibizione dell’uomo, viene accolto da un folto pubblico, mentre la donna canta davanti a una sala vuota. Inoltre l’uomo intona un canto armonioso mentre la donna da voce a un lamento ipnotico. L’opera, presentata alla Biennale di Venezia del 1999, vinse il primo premio internazionale.</p>
<p>Nel 1999 realizza” <b>Soliloquy”</b>, parlare tra sé e sé , questo è il senso di un’opera introspettiva in cui ancora una volta troviamo l’artista come protagonista. Il video è girato a Mardin, una cittadina turca non lontana dal confine iraniano, dove risiedono ribelli curdi e fondamentalisti islamici. Nell’opera è presente ancora una volta la contrapposizione tra due realtà, due donne così diverse ma anche simili: una vagabondeggia tra le rovine di bellissime architetture persiane fino a giungere davanti a una mosche; l’altra si trova a girovagare in una metropoli occidentale piena di colori e di frastuoni, fino a giungere davanti a una chiesa. Entrambe a un certo punto si trovano sole e la loro figura sembra sovrapporsi in un ‘unica immagine, in un ‘unica persona, da sola davanti a se stessa, ognuna costretta a interrogarsi sul suo essere donna in condizioni così diverse.</p>
<p>Negli anni Shirin Neshat ha continuato a interrogarsi sulla questione della donna nella cultura islamica, sulle discrepanze tra una cultura laica e una cultura fondamentalista, sul rapporto tra uomini e donne, sul velo, sulla forza delle donne e sulla repressione del desiderio sessuale in ogni sua forma.</p>
<p>Tra il 2014 e il 2015 ritorna all’immagine con l ‘opera “<b>The Home of My Eyes”</b>, una serie di 55 fotografie che ritraggono singole persone provenienti da varie parti dell’Azerbaijan, ognuna con radici diverse, con culture e fede diverse. Lo sfondo di ogni fotografia è anonimo e le persone hanno tutte la stessa posa: le mani rivolte verso il cuore che rappresenta il motore di ogni nostra azione. Inoltre ad ognuno di essi è stato chiesto di spiegare la propria idea di casa , di famiglia e le loro risposte, unite ai versi del poeta iraniano Nizami Ganjavi , sono state riportate a inchiostro sulle stampe.</p>
<p>Tutt’oggi la ricerca artistica di questa donna prosegue focalizzandosi sul concetto di identità femminile, di casa e di famiglia e lo fa in modo deciso ed elegante usando suoni, immagini, video e scrittura. Il suo continua ad essere un lavoro “personale, politico, emotivo” come lei stessa afferma.</p>
<p><strong>Paola Samaritani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bimestrale &#8211; numero 31</title>
		<link>https://www.civiltalaica.it/cms/bimestrale-numero-31/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Agnieszka Goclowska]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 17:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
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		<title>Questa volta vince la libertà di epressione</title>
		<link>https://www.civiltalaica.it/cms/questa-volta-vince-la-liberta-di-epressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[alexjc]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 09:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[crocifissione]]></category>
		<category><![CDATA[libero pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di espressione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[trentino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sconfitto chi voleva la censura contro la blasfemia a Bolzano. Le polemiche erano nate dall&#8217;esposizione di una scultura rappresentante una rana crocifissa, scultura che a detta dell&#8217;autore voleva &#34;combattere l&#8217;ipocrisia di chi bada pi&#249; all&#8217;apparenza che all&#8217;assenza delle cose&#34;. Il risultato ottenuto invece,&#160;era stato finora quello di far andare su tutte le furie gli integralisti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sconfitto chi voleva la censura contro la blasfemia a Bolzano. Le polemiche erano nate dall&#8217;esposizione di una scultura rappresentante una rana crocifissa, scultura che a detta dell&#8217;autore voleva &quot;combattere l&#8217;ipocrisia di chi bada pi&ugrave; all&#8217;apparenza che all&#8217;assenza delle cose&quot;.</p>
<p>Il risultato ottenuto invece,&nbsp;era stato finora quello di far andare su tutte le furie gli integralisti cattolici altoatesini, con la clamorosa protesta del presidente del consiglio del Trentino che ha fatto nove giorni di sciopero della fame come protesta contro la blasfemia.</p>
<p>Invece il cda del museo ha resistito a tutte le pressioni politiche ed ha votato a favore della libert&agrave; di espressione.</p>
<p><img decoding="async" alt="" src="http://www.corriere.it/Hermes%20Foto/2008/08/29/0K6BGNBA--140x180.jpg" /></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_29/bolzano_rana_crocifissa_resta_89443bdc-757a-11dd-b314-00144f02aabc.shtml">L&#8217;articolo del Corriere della Sera</a></p>
<p align="right"><strong>redazione[at]civiltalaica.it</strong></p>
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