{"id":438,"date":"2007-01-11T23:28:57","date_gmt":"2007-01-11T23:28:57","guid":{"rendered":""},"modified":"2011-01-26T09:57:24","modified_gmt":"2011-01-26T09:57:24","slug":"cosa-pensa-la-chiesa-quando-parla-di-dialogo-repubblica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/cosa-pensa-la-chiesa-quando-parla-di-dialogo-repubblica\/","title":{"rendered":"Cosa pensa la chiesa quando parla di dialogo? [Repubblica]"},"content":{"rendered":"<p>\n* di Gustavo Zagrebelsky<\/p>\n<p>Il dialogo, anche quello cos\u00ec frequentemente auspicato tra i cattolici e gli altri (che si indicano, in negativo, come i non cattolici) presuppone una condizione: che le parti si riconoscano pari, in razionalit\u00e0 e moralit\u00e0. Se si parte dal presupposto che l&#39;altro non \u00e8 solo uno che pensa diversamente, ma \u00e8 uno da meno o, addirittura, un mentecatto o un immorale, il dialogo sar\u00e0 perfettamente inutile: sar\u00e0 tempo perduto, adescamento o simulazione. Dove vige questo pregiudizio, ci si ignora o ci si combatte.<\/p>\n<p><!--more--><br \/>Si potr\u00e0 anche fare finta di dialogare, come lo stratega che procrastina lo scontro e rafforza intanto le posizioni. Ma dialogare onestamente, no, non si potr\u00e0. Il maestro del dialogo \u00e8 quel Socrate che giungeva perfino a gioire di soccombere nella discussione (chi \u00e8 colto in errore, si libera d&#39;un male e quindi riceve un bene). Ma non occorre essere Socrate per comprendere che se non c&#39;\u00e8 reciproca disponibilit\u00e0 e apertura, tanto vale andarsene ognuno per la sua strada, sempre che non si voglia prendere a bastonate. Onde, se sinceramente si dice: &quot;Il dialogo, cos\u00ec necessario, tra laici e cattolici&quot; (J. Ratzinger, L&#39;Europa nella crisi delle culture, Il Regno &#8211; documenti 9\/2005), si dovrebbe supporre che questo riconoscimento di razionalit\u00e0 e moralit\u00e0 sia acquisito. Ma \u00e8 cos\u00ec?<\/p>\n<p>Nei pubblici interventi della gerarchia cattolica sulla condizione della fede cristiana, nel mondo attuale, domina un dubbio angoscioso circa la fine imminente di un ciclo storico, iniziato millesettecento anni fa, con l&#39;unione della fede cristiana e della potenza politica, rappresentata allora dall&#39;Impero romano. Il dubbio non \u00e8 che la fede religiosa, e tanto meno la fede cristiana, in quanto tali, siano destinate a scomparire: l&#39;evidenza mostra il contrario.<\/p>\n<p>Il dubbio serpeggiante \u00e8 che invece la fede cattolica sia destinata a essere assorbita nella sfera puramente soggettiva delle essenze spirituali individuali, perdendo cos\u00ec valore oggettivo e vincolante di coesione sociale. In una formula: credere senza appartenere. Cos\u00ec si spiega l&#39;insistenza, mai stata cos\u00ec accentuata, sulla dimensione necessariamente pubblica o politica della religione cristiana cattolica (e solo di questa). L&#39;Europa, si ripete all&#39;infinito, \u00e8 in decadenza e, si aggiunge, ci\u00f2 deriva dal fatto che l&#39;oggettivit\u00e0 sembra essere diventato il privilegio esclusivo della scienza. Tutto ci\u00f2 che scienza non \u00e8, sarebbe irrimediabilmente sottoposto al relativismo delle credenze individuali che, nella sfera pubblica democratica, si esprimono illimitatamente e arbitrariamente con la forza del numero.<\/p>\n<p>Nihil sub sole novum. Se leggessimo oggi la Quanta cura, l&#39;Enciclica del Sillabo (1861), troveremmo molte ragioni di riflessioni comparativa tra lo spirito di allora e quello che domina oggi nelle alte sfere. In quella &quot;tristissima et\u00e0 nostra&quot;, scriveva Pio IX, si trattava di difendersi dalla secolarizzazione politica, dal liberalismo, dalla libert\u00e0 di coscienza, dalla riduzione dell&#39;autorit\u00e0 a forza del numero, dalla filosofia senza teologia; in breve &quot;dalla moderna civilt\u00e0&quot;. Oggi molte cose sono cambiate, a iniziare dal linguaggio, onde non si parla pi\u00f9, ad esempio, di uomini empi &quot;che schizzano come i flutti di procelloso mare la spuma delle loro fallacie e promettono libert\u00e0, mentre sono schiavi della corruzione&quot; (una citazione tra le tante). Ma la sensazione cattolica dell&#39;assedio in &quot;una Europa &#8211; diciamo cos\u00ec (cos\u00ec dice il papa Benedetto XVI) &#8211; in decadenza&quot; non \u00e8 diversa. Le cause sono ancora quelle di allora, attualizzate: non pi\u00f9 il liberalismo ma la democrazia &quot;insana&quot;, cio\u00e8 basata sull&#39;onnipotenza del numero; non pi\u00f9 la libert\u00e0 di coscienza, ma &quot;il relativismo etico&quot;; non pi\u00f9 la filosofia atea, ma la scienza che non conosce limiti. Allora come oggi, la radice del male \u00e8 il rifiuto di riconoscere nel magistero della chiesa, in ultima decisiva istanza, il fondamento vincolante della civilt\u00e0 europea, un rifiuto che sottoporrebbe l&#39;Europa di oggi a una &quot;prova di tradizione&quot; fuori della tradizione cristiana.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che sembra diverso \u00e8 l&#39;atteggiamento: allora, alla denuncia del male, seguiva il rifiuto del mondo ostile; oggi, l&#39;apertura al mondo. I nemici di allora sono diventati &quot;i nostri amici che non credono&quot;, con i quali si cerca meritoriamente non solo di convivere, ma anche di collaborare. Non si lanciano anatemi ma si danno consigli (come quello di &quot;vivere e indirizzare la propria vita come se Dio ci fosse&quot;) e si partecipa intensivamente a quelle procedure politiche della democrazia che, un tempo, erano condannate come opera del demonio (v. L.Zanotti, La sana democrazia. Verit\u00e0 della chiesa e principi dello Stato, Torino, Giappichelli, 2005). Insomma: la chiesa vuol essere &quot;dialogante&quot;.<\/p>\n<p>Purtroppo, per\u00f2, adottato un atteggiamento esteriore amichevole, non sembra mutato quello interiore. Gli interlocutori continuano a essere considerati non come dei diversi, ma come degli inferiori, sul piano morale e razionale.<\/p>\n<p>La morale. La questione non si pone &#8211; speriamo &#8211; nei termini triviali di una graduatoria di meriti e demeriti. Nessuno dovrebbe arrischiarsi a rivendicare un primato di questo genere. Non pu\u00f2 esserci una competizione come questa, da cui tutti rischierebbero di uscire malconci. Accade per\u00f2 talvolta che siano proprio alcuni non credenti autolesionisti a tributare riconoscimenti di superiorit\u00e0 ai credenti; oppure che da parte cattolica, anche altolocata, si ricorra ancora oggi a denunce di collusioni demoniache, non solo per modo di dire (la riduzione delle figure della fede a simboli \u00e8 condannata), onde, anche chi scrive questo articolo potrebbe essere un adepto, nel migliore dei casi incosciente, di Satana. La questione \u00e8 diversa; \u00e8, per cos\u00ec dire, di ontologia morale. Solo i credenti &#8211; questo il leitmotiv &#8211; sarebbero capaci di &quot;senso della vita&quot;. La vita eterna promessa da Dio ai suoi fedeli d\u00e0 un significato alla loro vita mortale. Se tutto si consuma quaggi\u00f9, senza premi e punizioni lass\u00f9, allora una cosa vale l&#39;altra e, per ricorrere a Dostoevskj, &quot;tutto \u00e8 permesso&quot;. Ecco allora il relativismo, l&#39;indifferentismo, l&#39;egoismo, il puro calcolo di utilit\u00e0, la sopraffazione, la disperazione, il non senso della vita: in breve, l&#39;impossibilit\u00e0 di una morale esistenziale e, dunque, di una vita rivolta al bene piuttosto che al male. Cos\u00ec ragionando, per\u00f2, non si \u00e8 sfiorati dall&#39;idea che si possa dire: la vita ha un senso ma siamo noi a doverglielo dare e, come si pu\u00f2 fondare una morale sulla vita immortale dell&#39;al di l\u00e0, cos\u00ec si possono cercare i fondamenti della vita morale nell&#39;al di qua, precisamente nel comune destino di noi mortali. Non si considera la possibilit\u00e0 che qui, nella libert\u00e0, ci possa essere una ricerca morale &#8211; non facciamo graduatorie &#8211; degna almeno quanto la fede in promesse di ricompense e punizioni. Postulare una morale esterna, dispensata da un&#39;autorit\u00e0 sia pure paterna, come la Provvidenza divina, significa, nel grande colloquio sulla libert\u00e0 che occupa un celeberrimo capitolo (II, 5, 5) dei Karamazov, dare ragione all&#39;Inquisitore e torto al Cristo.&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; <\/p>\n<p>La ragione. Secondo la tradizione cattolica, fede e ragione coincidono. Entrambe procedono da Dio, e Dio non pu\u00f2 contraddire se stesso. Se contraddizione c&#39;\u00e8, \u00e8 solo apparente, in quanto &quot;una verit\u00e0 di ragione&quot; contraria alla fede \u00e8, in realt\u00e0, &quot;totalmente falsa&quot; (Dei Filius, 1870, del Concilio Vaticano I). Questa impostazione subordinava bens\u00ec la ragione alla fede ma, almeno, ne riconosceva la distinzione, una distinzione che oggi sembra sfumare. Il magistero cattolico segue scoscesi percorsi con l&#39;intento di proporre un Dio avente natura razionale (logos) e sostenere che, nella concezione cristiana-cattolica attuale, fede e ragione coincidono. L&#39;essere umano &quot;di ragione&quot; \u00e8 tale anche perch\u00e9 &quot;di fede&quot;, onde chi \u00e8 senza o contro la fede \u00e8, anche senza o contro la ragione. Queste proposizioni rappresentano una svolta. Nella tradizione ebraico-cristiana (fino a poco fa la tradizione), Dio \u00e8 potenza e amore; la nuova filogenesi greco-cristiana propone l&#39;innesto del Cristianesimo nella concezione del Kosmos, quale ordine del mondo corrispondente alla ragione regolatrice sovrana. La &quot;natura&quot;, poich\u00e9 nessuno pu\u00f2 pretendere di alterarla, diventa &quot;diritto naturale&quot;: logos e nomos finiscono con il coincidere. Proclamandosi custode dell&#39;ordine natural-razionale, la chiesa pu\u00f2 proporsi come custode dell&#39;ortodossia della ragione; non solo della ragione filosofica, come \u00e8 stato per secoli, ma anche della ragione scientifica, cio\u00e8 della ragione applicata alle scienze naturali. Gli uomini di chiesa diventano scienziati: anzi, scienziati accreditati pi\u00f9 di tutti gli altri, perch\u00e9 la loro &quot;ragione&quot; onnicomprensiva, che si abbevera alla scienza di Dio, la teologia, pu\u00f2 vantare un&#39;esclusiva garanzia di verit\u00e0. Per qualche misterioso ricorso storico, riappare il volto del cardinale Bellarmino, con la sola differenza che oggi, invece d&#39;invocare le Scritture contro Galileo, si invoca il logos divino.<\/p>\n<p>Su simili premesse, \u00e8 chiaro che il dialogo onesto che si auspicava all&#39;inizio \u00e8 impossibile. L&#39;interlocutore non cattolico per la chiesa \u00e8 uno che, in moralit\u00e0 e razionalit\u00e0, vale poco o niente. \u00c8 uno che le circostanze inducono a tollerare, ma di cui si farebbe volentieri a meno. A ben pensarci, le &quot;amichevoli&quot; proposte ai non credenti di &quot;vivere (almeno) come se Dio esistesse&quot; \u00e8 conseguenza di questo disprezzo. Se ci si confronta con loro, \u00e8 perch\u00e9 le condizioni storiche concrete non consentono di fare altrimenti. Il dialogo non \u00e8 questione di convinzione, ma di opportunismo dettato da forza maggiore o da ragioni tattiche, nell&#39;attesa che cambi la situazione. C&#39;\u00e8 una distinzione molto cattolica tra tesi e ipotesi, una distinzione che consente alla chiesa i pi\u00f9 spericolati adattamenti pratici anche molto distanti dalle sue concezioni del bene e del giusto. La tesi \u00e8 la dottrina cattolica nella sua purezza, l&#39;ipotesi \u00e8 quanto di essa le circostanze consentono di realizzare. Il dubbio \u00e8 che il dialogo, per la chiesa, sia solo &quot;in ipotesi&quot;, in vista di tempi migliori, come \u00e8 per lo stratega di cui si diceva, che prende tempo e accresce le sue munizioni.<\/p>\n<p>Diverso era lo spirito del dialogo che anima molte pagine, aperte alla speranza, del Concilio Vaticano II, nelle quali &quot;il mondo moderno&quot; \u00e8 assunto come interlocutore positivo, portatore di moralit\u00e0 ed espressivo di segni meritevoli di ascolto. Diversa era la concezione tra fede e ragione, tra fede e attivit\u00e0 dei cristiani nel mondo. La subordinazione al magistero della chiesa nel campo della fede non era vista in contraddizione con la loro autonomia e responsabilit\u00e0 nei campi della ragione pratica. Questo era il terreno nel quale la speranza di un dialogo onesto era costruita, il terreno sul quale anche l&#39;accettazione piena della democrazia da parte del mondo cattolico poteva fondersi. Ma \u00e8 ancora cos\u00ec?<\/p>\n<p>Nel mese di dicembre del 2005, nel pieno di accese polemiche sulle nostre questioni di bioetica, durante le quali si dissero parole chiuse a ogni confronto (&quot;principi non negoziabili&quot;, appelli all&#39;obiezione di coscienza, inviti al non-voto di candidati non in linea, ecc.), il presidente della Comunit\u00e0 episcopale italiana, cardinale Ruini, denunciati ancora una volta il &quot;secolarismo radicale&quot; e il &quot;relativismo&quot; laico, sorprese tutti con queste parole: &quot;Si tratta di affidarsi anche in questi ambiti, al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli&#8230;\u00e8 bene che tutti ne prendiamo la pi\u00f9 piena coscienza, per stemperare il clima di un confronto che prevedibilmente si protrarr\u00e0 assai lungo, arricchendosi di sempre nuovi argomenti&quot;. Sagge parole di dialogo. Ma sia lecita la domanda: pronunciate &quot;in tesi&quot; o &quot;in ipotesi&quot;?<\/p>\n<p>da <a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\" target=\"_blank\">Repubblica<\/a> del 10\/1\/2006<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* di Gustavo Zagrebelsky Il dialogo, anche quello cos\u00ec frequentemente auspicato tra i cattolici e gli altri (che si indicano, in negativo, come i non cattolici) presuppone una condizione: che le parti si riconoscano pari, in razionalit\u00e0 e moralit\u00e0. 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