{"id":11051,"date":"2013-01-03T18:04:25","date_gmt":"2013-01-03T18:04:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/?p=11051"},"modified":"2013-01-03T18:09:06","modified_gmt":"2013-01-03T18:09:06","slug":"sperimentazione-animale-proviamo-a-discuterne-laicamente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/sperimentazione-animale-proviamo-a-discuterne-laicamente\/","title":{"rendered":"Sperimentazione animale, proviamo a discuterne laicamente"},"content":{"rendered":"<p>Ci sono arrivate diverse sollecitazioni a discutere della questione animalista, in particolare sullo spinoso argomento vivisezione.<\/p>\n<p>Recenti campagne animaliste hanno riportato sotto i riflettori la questione con ampia risonanza sui mass media<!--more--> (vedi caso del canile di Green Hill), con grande partecipazione del pubblico ma purtroppo fornendo, come quasi sempre accade in Italia, informazioni parziali e volte pi\u00f9 a sollecitare l\u2019animo sensibile che non la ragione.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/mao.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-11052\" title=\"mao\" src=\"http:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/mao-300x269.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"269\" srcset=\"https:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/mao-300x269.jpg 300w, https:\/\/www.civiltalaica.it\/cms\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/mao.jpg 486w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Quando si parla di vivisezione gli argomenti degli animalisti sono di tue tipi: etici (la vivisezione \u00e8 moralmente ingiusta perch\u00e9 fa soffrire gli animali) e scientifici (la vivisezione \u00e8 inutile perch\u00e9 i dati sugli animali non corrispondono a quelli sull\u2019uomo).<\/p>\n<p>Soffermiamoci su quest\u2019ultimi.<\/p>\n<p>L\u2019argomentazione che la vivisezione sia inutile non \u00e8 nuova ma ultimamente si \u00e8 intensificata con la diffusione di mail e articoli con dieci domande a cui i ricercatori non sarebbero in grado di rispondere (un po\u2019 sulla falsa riga delle famose dieci domande a Berlusconi de la Repubblica).<\/p>\n<p>In realt\u00e0 basta informarsi per vedere che queste dieci domande non solo hanno avuto una risposta ma che \u00e8 anche pubblicata sul sito di uno dei pi\u00f9 prestigiosi istituti di ricerca italiani, <a href=\"http:\/\/www.marionegri.it\/mn\/it\/sezioni\/sperimentazione\/faq.html\">il Mario Negri<\/a>. In calce all\u2019articolo riporteremo dettagliatamente domande e risposte.\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0Insomma le argomentazioni tecniche degli animalisti hanno ricevuto una risposta dalla comunit\u00e0 scientifica, la sperimentazione animale sui farmaci serve e attualmente non si pu\u00f2 sostituire se non in modo marginale.<\/p>\n<p>Ora ovviamente uno pu\u00f2 anche ritenere chi risponde a queste domande servo della lobby farmaceutica e di quella degli allevatori di animali da esperimento, tuttavia riteniamo che, laicamente parlando, il parere della comunit\u00e0 medica e scientifica su una data questione non si pu\u00f2 sbandierare ai quattro venti quando ci fa comodo (legge 40, testamento biologico, eutanasia, omosessualit\u00e0, etc.) e ignorare quando dice cose in contrasto con le nostre opinioni.<\/p>\n<p>Laicamente quindi dovremmo prendere atto che almeno al quesito di natura scientifica, ovvero \u201cla vivisezione serve o no?\u201d una risposta, scientifica, \u00e8 stata data e questa risposta \u00e8 si. Obiettare che ci sono scienziati che la pensano diversamente significa avere lo stesso atteggiamento di coloro che contestano il darwinismo citando uno degli ospiti dei convegni di De Mattei.<\/p>\n<p>Del resto \u00e8 anche da superare l\u2019immagine comune del ricercatore farmaceutico che \u00e8 un macellaio sadico che ama torturare gli animali, un immagine dylandoghiana che pu\u00f2 andar bene per i fumetti ma che non corrisponde a realt\u00e0. Si pu\u00f2 essere ricercatori farmaceutici e amare gli animali, come dimostra benissimo Umberto Veronesi scrivendo <a href=\" http:\/\/www.fondazioneveronesi.it\/blogveronesi\/3729\">sul sito della sua fondazione<\/a>.<\/p>\n<p>Rimangono ovviamente valide le obiezioni di natura etica, ovvero che non \u00e8 giusto far soffrire gli animali per far star meglio l\u2019uomo. Quando si entra nel campo dell\u2019etica e della morale tutto diventa pi\u00f9 labile e al tempo stesso meno confutabile. Per nostra natura non amiamo convincere nessuno che la nostra etica sia giusta e quella opposta sbagliata, ma se dobbiamo parlare laicamente non possiamo che far notare che un laico, per l\u2019appunto, non pu\u00f2 avere la pretesa che ci\u00f2 che \u00e8 giusto per lui sia giusto anche per gli altri. Se una persona estremamente sensibile preferirebbe morire invece di sapere che \u00e8 stato salvata grazie al sacrificio di un centinaio di roditori, non pu\u00f2 pretendere che tutti la pensino nello stesso modo. Laicit\u00e0, per l\u2019appunto.<\/p>\n<p><strong>Alessandro Chiometti<\/strong><\/p>\n<p><em>di seguito le domande e le risposte pubblicate sul sito dell&#8217;istituto Mario Negri<\/em><\/p>\n<p>Domanda 1: Se la vivisezione poggiasse su basi scientifiche: perch\u00e9 esistono farmaci ad uso umano e farmaci ad uso veterinario? Tutti sanno che i farmaci ad uso umano e quelli ad uso veterinario non sono gli stessi ed anche quelli per i cani non sempre si usano per i gatti e viceversa. Quale prova pi\u00f9 evidente per dimostrare che ogni specie ha un proprio funzionamento e i dati ottenuti su una specie non sono automaticamente estrapolabili a nessun\u2019altra?<\/p>\n<p>Da medico veterinario nonch\u00e9 da ricercatore ritengo che il dubbio sollevato dal dr. Cagno sia null\u2019altro che un\u2019interrogazione retorica, tra l\u2019altro contraddetta dalla sue successive affermazioni. E&#8217; proprio l&#8217;esistenza di farmaco ad uso veterinario e ad uso umano che rende evidente la scientificit\u00e0 dell&#8217;utilizzo degli animali nella sperimentazione, potendone studiare gli effetti sulle differenti apecie e determinando le dosi in base alla specie e la possibile tossicit\u00e0. Naturalmente un argomento cos\u00ec complesso non pu\u00f2 essere esaurito con una semplice battuta, quindi cercher\u00f2 in modo sintetico di chiarire quelli che ritengo siano i punti salienti da considerare sia in termini di legge che logistici riportando l\u2019esempio di farmaci (principi attivi, senza denominazioni commerciali) molto diffusi ed in uso in medicina umana e veterinaria.<\/p>\n<p>1. Regolamento di polizia veterinaria per gli animali d\u2019affezione e gli equidi che siano stati dichiarati non destinati alla produzione di alimenti (non ci inoltriamo nel problema delle terapie per gli animali destinati alla produzione di alimenti che altrimenti ci allontanerebbe dal fulcro della discussione). Il veterinario ha l\u2019obbligo di usare e di prescrivere medicinali ad uso veterinario che siano registrati per la specie e l&#8217;affezione da trattare. Il problema \u00e8 che sul mercato non esiste una disponibilit\u00e0 di farmaci ad uso veterinario sufficiente a coprire le necessit\u00e0 terapeutiche, quindi la legge permette l\u2019utilizzo in deroga, a condizioni e nel perseguimento di finalit\u00e0 ben precise. Pertanto, in mancanza di un medicinale veterinario registrato per la specie e l&#8217;affezione da trattare, il veterinario potr\u00e0 in deroga utilizzare direttamente o prescrivere un altro medicinale veterinario autorizzato in Italia per l\u2019uso su un\u2019altra specie o per un\u2019altra affezione; in mancanza di tale farmaco, il veterinario pu\u00f2 scegliere tra un medicinale autorizzato per l\u2019uso umano o un medicinale autorizzato ad uso veterinario in un altro Stato europeo, per l\u2019uso nella stessa specie o in altra specie per la stessa affezione o per un\u2019altra affezione, oppure una preparazione estemporanea preparata dal farmacista. Tutta questa premessa, e quindi il regolamento di polizia veterinaria, non avrebbero motivo di esistere se fosse vera l&#8217;affermazione di cui sopra.<\/p>\n<p>2. Amoxicillina\/acido clavulanico: come \u00e8 noto (o dovrebbe essere) a medici e veterinari l&#8217;amoxicillina \u00e8 un antibiotico appartenente al gruppo delle penicilline. Generalmente \u00e8 associato ad una sostanza, l&#8217;acido clavulanico, che ne aumenta l&#8217;attivit\u00e0 nei confronti di alcuni batteri, che altrimenti sarebbero penicillino-resistenti. Questa combinazione \u00e8 diffusissima sia in medicina umana che veterinaria. In particolare, in medicina veterinaria \u00e8 utilizzata per il trattamento di un&#8217;ampia variet\u00e0 di condizioni patologiche (infezioni della cute, dell&#8217;apparato urinario, delle vie respiratorie superficiali e profonde ecc\u2026) dei cani e dei gatti, non deve essere utilizzata in conigli, cavie e criceti e deve essere utilizzata con cautela in tutti gli altri piccoli erbivori. Ovviamente, cos\u00ec come in medicina umana, il farmaco dovr\u00e0 essere utilizzato con il dovuto rispetto delle dosi che saranno state preventivamente verificate nella fase di sviluppo del farmaco.<\/p>\n<p>3. Paracetamolo: farmaco ad azione analgesica largamente utilizzato in medicina umana (a tal proposito credo sia inutile aggiungere altro). Nel cane deve essere utilizzato con attenzione come analgesico per via orale. Il paracetamolo (acetominofene), infatti, si distingue dagli altri FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei) per un profilo di maggiore tollerabilit\u00e0 e sicurezza, una maggiore attivit\u00e0 antalgica, una minore attivit\u00e0 antinfiammatoria e minori effetti collaterali. A tali pregi, il paracetamolo associa un\u2019azione anti-nocicettiva sia a livello spinale che sopra-spinale con effetti sinergici tra tali siti di azione. A differenza del cane, \u00e8 controindicato l\u2019impiego nel gatto a qualsiasi dosaggio. Anche in questo caso, la sperimentazione animale ha fornito un servizio eccellente alla specie umana e non solo, mettendo ben in evidenza le controindicazioni per specie e indirizzando al meglio l\u2019utilizzo del farmaco.<\/p>\n<p>4. Morfina, butorfanolo, buprenorfina, meperidina, ossimorfoneecc\u2026 anestetici oppiacei tradizionali e di sintesi che, con caratteristiche e peculiarit\u00e0 diverse, vengono largamente utilizzati sia in medicina umana che in medicina veterinaria. Ancora il tutto deriva dalla preliminare sperimentazione fatta su animali.<\/p>\n<p>5. Miltefosina, Antimoniato di N-metilglucamina, Ambisone (che per\u00f2 ha dei costi elevatissimi): tutti principi attivi largamente utilizzati in medicina umana e medicina veterinaria contro la leishmaniosi, di cui per anni sono stati prescritti quelli ad uso umano, non essendo in commercio sottoforma di farmaci veterinari.<\/p>\n<p>La lista potrebbe essere ancora molto lunga. Per completezza e sintesi chi \u00e8 interessato al problema pu\u00f2 approfondire l&#8217;argomento leggendo un qualsiasi trattato di farmacologia e farmacoterapia. In questo caso l&#8217;approccio al problema sarebbe scientifico e non ideologico, cos\u00ec come mi auguro avvenga in futuro per il progresso della ricerca biomedica e la salvaguardia della salute della specie umana e dei nostri fratelli animali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prof. Paolo de Girolamo<\/p>\n<p>Professore ordinario di Anatomia veterinaria<br \/>Direttore Centro Servizi Veterinari<br \/>Universit\u00e0 degli Studi di Napoli Federico II<br \/>Presidente Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 2: Perch\u00e9 i ricercatori non vogliono che si avvii un processo di validazione dei modelli animali? I metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validit\u00e0 scientifica, mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ci\u00f2, la prima proposta che i vivisettori rifiutano \u00e8 proprio quella di validare i propri modelli. Strano per chi afferma di essere dalla parte della ragione. Se infatti i modelli animali venissero validati, gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero pi\u00f9 argomenti e quindi proprio i vivisettori dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione.<\/p>\n<p>Ci sono almeno tre affermazioni errate in questa domanda, cui desidero rispondere una per una:<br \/>\u2022 \u201cI metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validit\u00e0 scientifica.\u201d In realt\u00e0, la validazione di un qualsivoglia metodo viene inteso dai ricercatori e, se di loro pertinenza, dalle autorit\u00e0 competenti (per esempio enti regolatori) come un processo continuo di caratterizzazione del metodo stesso, che continua fintanto che il metodo viene utilizzato, e che prevede i tre parametri Reliability, Reproducibility, Predictivity: E\u2019 intuitivo che pi\u00f9 dati vengano prodotti con un determinato metodo, pi\u00f9 esso venga caratterizzato. Tale approccio si applica universalmente, ma in modo pi\u00f9 o meno formale, in base alla tipologia del metodo oggetto della validazione. Per esempio, i modelli ufficialmente validati da organizzazioni preposte quali ECVAM, ICCVAM (o dagli altri&#8230;.VAM nel resto del mondo) seguono un iter complesso e molto lungo. Tale iter non \u00e8 realisticamente applicabile a tutti i modelli in vitro o in silico utilizzati ogni giorno nei diversi settori. Inoltre, i modelli ufficialmente validati da questi organi sono pochissimi e limitati all\u2019ambito tossicologico, dove lo scopo finale \u00e8 l\u2019accettazione nelle linee guida internazionali (ICH, OECD). <br \/>\u2022 \u201c&#8230;..mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ci\u00f2, la prima proposta che i vivisettori rifiutano \u00e8 proprio quella di validare i propri modelli.\u201d Per quanto riguarda i modelli animali, il fatto che non esista un processo di validazione ufficiale ECVAM-like non significa che non esista un processo di validazione. Innanzitutto bisogna considerare che, contrariamente ai modelli in vitro o in silico, non sarebbe eticamente accettabile ripetere N volte un esperimento su animali solo per valutarne la riproducibilit\u00e0. Inoltre, bisogna considerare che ogni sostanza saggiata in un modello animale \u00e8 diversa da qualunque altra: l\u2019impossibilita` di ripetere lo stesso esperimento con la stessa sostanza e la diversit\u00e0 di \u201ccomportamento\u201d biologico di ogni sostanza rende ogni esperimento unico. Per questo motivo viene riconosciuto dalla comunit\u00e0 scientifica e da alcuni enti regolatori il concetto di \u201cvalido\u201d in alternativa al concetto di \u201cvalidato\u201d. La validit\u00e0 scientifica di un modello in-vivo si misura in termini di traslazionalit\u00e0nei confronti dell\u2019uomo, ovvero, in termini di predittivit\u00e0 di eventi accaduti nell\u2019uomo ed \u00e8 tanto pi\u00f9 robusta quanto pi\u00f9 la casistica si arricchisce. Questo processo di validazione alternativo, l\u2019unico applicabile peraltro, viene adottato sia in ambito regolatorio, sia nell\u2019ambito della ricerca di base e ricerca applicata. Secondo questo meccanismo, l\u2019analisi retrospettiva continua di un modello animale alla luce dei dati ottenuti sull\u2019uomo \u00e8, a tutti gli effetti, un processo di validazione. A supporto di quanto affermato sopra, si consideri a titolo di esempio che ogni linea guida ICH (The International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use), viene periodicamente rivista ed i modelli animali in essa contenuti vengono ridiscussi dal punto di vista della loro predittivit\u00e0 e dei loro punti deboli, in base alla casistica accumulata. <br \/>\u2022 \u201c&#8230;gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero pi\u00f9 argomenti \u201c. Non esistono antivivisezionisti scientifici. Lo dimostra la totale assenza di lavori pubblicati su riviste peerreviewed.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dr Gianni Dal Negro<br \/>Past-President Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio<\/p>\n<p>Domanda 3: Perch\u00e9 sono stati creati animali modificati geneticamente e quindi umanizzati? Nonostante possiamo contare su centinaia di specie differenti, i vivisettori negli ultimi 20 anni hanno creato migliaia di animali modificati geneticamente, aggiungendo un gene umano, oppure togliendo un gene che gli animali possiedono al contrario dell\u2019uomo. Quindi in entrambi i casi, di fatto, gli animali sono stati \u201cumanizzati\u201d, ossia resi geneticamente pi\u00f9 simili a noi. Non \u00e8 questa una prova per dimostrare che la distanza tra gli esseri umani e tutte le altre specie \u00e8 cos\u00ec elevata che dobbiamo umanizzare gli animali per pensare che possano essere utili per la ricerca?<\/p>\n<p>Forse la domanda non \u00e8 posta in maniera corretta. Quando si parla di animali geneticamente modificati si dovrebbero distinguere vari casi. Ci sono animali in cui un dato gene della stessa specie viene \u201caggiunto\u201d o \u201cspento\u201d con lo scopo di studiare la funzione della proteina da esso codificata, in condizioni normali o di sviluppo. In altri casi la manipolazione genetica viene utilizzata per mimare malattie genetiche dell\u2019uomo ed identificare\/ sviluppare terapie che possano avere un\u2019applicazione in clinica. Per molte malattie dell\u2019uomo su base genetica non esistono infatti rimedi efficaci e la possibilit\u00e0 di utilizzare animali geneticamente modificati pu\u00f2 essere l\u2019unico strumento valido.<br \/>Ci si riferisce ad animali cosiddetti \u201cumanizzati\u201d nel caso dello xenotrapianto quando si modifica geneticamente l\u2019organo di un animale donatore per renderlo \u201ccompatibile\u201d con l\u2019uomo. Un esempio ha riguardato lo sviluppo di maiali transgenici per proteine regolatorie del complemento umano che hanno migliorato la sopravvivenza dell\u2019organo di maiale trapiantato in primati.<br \/>Un diverso utilizzo di animali geneticamente modificati \u00e8 rappresentato dalla possibilit\u00e0 di far produrre agli animali grandi quantit\u00e0 di farmaci, anticorpi o vaccini. Per esempio, vitelli sono stati modificati nel DNA con il precursore del gene dell\u2019insulina umana con l\u2019obiettivo di ottenere l\u2019insulina dal latte.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prof. Giuseppe Remuzzi<br \/>Coordinatore delle Ricerche<br \/> Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri<br \/>Centro Anna Maria Astori, Bergamo<\/p>\n<p>Domanda 4: Perch\u00e9 dopo la sperimentazione sugli animali bisogna obbligatoriamente sperimentare sugli esseri umani? I vivisettori spesso ripetono che, se non si sperimentasse sugli animali, bisognerebbe farlo sugli esseri umani. In realt\u00e0 in tutto il mondo le leggi impongono la sperimentazione umano dopo quella animale, prova indiscutibile che non possiamo fidarci dei dati ottenuti negli animali.<\/p>\n<p>La risposta a questa domanda pu\u00f2 sembrare un gioco di parole ma non lo \u00e8, infatti, dopo la sperimentazione animale, non \u00e8 obbligatorio effettuare ricerche sull\u2019uomo. Anzi, nella maggior parte dei casi, la fase della sperimentazione animale permette di evitare la sperimentazione umana qualora il trattamento sia risultato poco attivo o addirittura molto tossico.<br \/>La sperimentazione animale \u00e8 pertanto necessaria poich\u00e9 permette di selezionare i farmaci per la successiva fase clinica. E\u2019 vero che in alcuni casi accade che i risultati negli animali non siano riproducibili nell\u2019uomo, ma anche questi risultati sono utili perch\u00e9 stimolano riflessioni che ci aiutano a migliorare i modelli sperimentali e ad approfondire le conoscenze. Gli animali non sono l\u2019uomo, sono un \u201cmodello\u201d, il migliore che abbiamo a disposizione per non andare alla cieca sperimentando nell\u2019uomo. La ricerca \u00e8 dinamica, fatta di prove e riprove, fallimenti e successi che consentono di giungere, alla fine, a quei progressi che contraddistinguono la moderna terapia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prof. Silvio Garattini<br \/>Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri<\/p>\n<p>Domanda 5: Perch\u00e9 \u00e8 praticamente impossibile entrare nei laboratori? Entrare in un laboratorio di vivisezione \u00e8 impresa quasi impossibile, anche quando si vuole concordare la visita. Ne sanno qualcosa i giornalisti di \u201cReport\u201d che quando hanno registrato una trasmissione sulla vivisezione non sono riusciti ad entrare nei laboratori dell\u2019Istituto Superiore di Sanit\u00e0. Tutto ci\u00f2 \u00e8 molto strano per un\u2019attivit\u00e0 che \u00e8 considerata da chi la pratica lodevole e ben condotta.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile dare una risposta ad una domanda priva di fondamento (partendo dallo scorretto utilizzo del termine \u201cvivisezione\u201d che assolutamente non accetto) ma cercher\u00f2 di farlo nella maniera pi\u00f9 chiara e documentata possibile; per questa ragione vorrei iniziare sottolineando il fatto che un laboratorio \u00e8, per definizione, un luogo di lavoro a cui l\u2019accesso deve essere regolamentato sia per motivi organizzativi che per motivi di sicurezza personale (Testo unico della sicurezza; D.Lgs 81\/08 e 106\/09) esattamente come \u00e8 regolamentato l\u2019ingresso ai laboratori ospedalieri o a quelli di una qualsiasi azienda. Regolamentato per\u00f2 non significa vietato, tant\u00e8 che ogni anno la nostra struttura ha circa 150 visitatori da tutto il mondo tra cui numerose troupe televisive quali ad esempio quelle di Bau Boys (Italia 1), Le Iene (Italia 1), Superquark (RAI), TG5 (Canale 5), Vanguard (Current TV) nonch\u00e9 quella di Report (citata dallo stesso Dr Cagno); in particolare, nel servizio delle Iene visibile integralmente da questo sito, era gi\u00e0 stata data una risposta a questa domanda, che in quella occasione fu posta dalla Dott.ssa Kuan. Il problema quindi non sembra risiedere nell\u2019ottenere il permesso di entrata ma, al contrario, nella capacit\u00e0 di chiederlo in maniera corretta e, soprattutto, nella disponibilit\u00e0 ad utilizzare il materiale ottenuto senza manipolazioni. Credo infatti di dire una cosa quasi banale sostenendo che molte volte l\u2019informazione (in audio o in video) viene distorta per poter essere funzionale ad una precisa teoria, come nel caso delle immagini vecchie di almeno 30 anni , se non addirittura clamorosamente false, che continuamente vengono utilizzate da chi vuole a tutti i costi dimostrare una violenza che non esiste. Credo con questa risposta di aver dato, ancora una volta, ampia dimostrazione della infondatezza della domanda posta dal Dr Cagno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dr Giuliano Grignaschi<br \/>Responsabile Stabulario Istituto Mario Negri<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 6: Perch\u00e9 oltre il 50 per cento dei farmaci presentano gravi reazioni avverse dopo la commercializzazione? Gli antivivisezionisti sono a volte accusati di utilizzare i pochi casi in cui il comportamento degli animali si \u00e8 dimostrato differente rispetto al nostro. Tuttavia i dati statunitensi hanno dimostrato che il 51 per cento dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione gravi reazioni avverse che non si erano evidenziate negli animali da laboratorio e per questo motivo ogni anno muoiono circa centomila cittadini statunitensi. Come negare che questa strage dipenda da un modello sperimentale sbagliato?<\/p>\n<p>Il Dott. Cagno ha toccato un punto importante. Gli interventi in medicina non sono privi di effetti non voluti, a volte anche gravi. I farmaci infatti sono scelti sulla base del loro beneficio netto, ovvero scontati gli effetti indesiderati che portano con s\u00e9. Devono cio\u00e8 fare pi\u00f9 bene che male e in qualche caso, pochi, questa differenza tra bene e male pu\u00f2 essere piccola.<br \/>Prendiamo ora il dato che il 51% dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione almeno una grave reazione avversa. Si tratta di un dato che comprende l\u2019intera storia di un farmaco, ovvero tutte le volte che \u00e8 stato somministrato, spesso in tante migliaia di individui, e spesso molte volte per individuo. Almeno una volta si \u00e8 avuto un effetto avverso grave. E\u2019 molto diverso dal dire che nel 51% delle volte che un farmaco \u00e8 stato somministrato si ha un effetto avverso grave. Siamo quindi all\u2019interno di un sistema terapeutico agisce per il bene dei pazienti, ovvero espone in un numero limitato di casi a eventi indesiderati, e nella maggioranza dei casi ci aiuta a guarire.<br \/>L\u2019ultima considerazione \u00e8 che il totale annullamento della sperimentazione animale porterebbe non a una diminuzione o sostanziale pareggio di quel 51 % di farmaci cha hanno causato almeno un evento avverso, ma a un suo probabile aumento. Infatti a noi medici mancherebbe il dato di tossicit\u00e0 nell\u2019animale e ci troveremmo a testare il farmaco su uomini e donne, senza avere i dati prima in altri organismi viventi. Culture cellulari sarebbero di aiuto, ma non tanto quanto organismi complessi, con la loro capacit\u00e0 di aprirci gli occhi su possibili effetti sul fegato, reni e cuore. Sarebbe un momento drammatico somministrare un farmaco su una persona e poco prima dire: \u201cPenso che questa sostanza potrebbe aiutarla, ma non so esattamente quanto fa bene e, soprattutto, quanto fa male, non so bene il dosaggio, non l\u2019abbiamo mai sperimentata e lei \u00e8 il primo essere vivente che la prova. Auguri.\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health<br \/>Assistant Professor, Universit\u00e0 di Milano<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 7: Perch\u00e9 si utilizzano prevalentemente roditori anche se sono animali lontani da noi da un punto di vista evolutivo? Oltre l\u201980 per cento degli animali utilizzati sono roditori, nonostante siano piuttosto lontani da noi da un punto di vista evolutivo. \u00c8 vero che con loro condividiamo il 95 per cento del dna, ma con gli scimpanz\u00e9 condividiamo il 99 per cento del dna. Certamente i roditori sono piccoli, mansueti, poco costosi e stimolano poca empatia nella gente. Sospetto che questi siano i criteri, \u201cpoco\u201d scientifici, che li fanno preferire a tutte le altre specie pi\u00f9 evolute.<\/p>\n<p>La sperimentazione animale \u00e8 una pratica scientifica che si basa su criteri razionali e che richiede risposte affidabili. L\u2019obiettivo di testare un farmaco o un composto chimico o anche semplicemente di valutare una risposta fisiologica a stimoli indotti pu\u00f2 essere realizzato solamente se il dato che si ottiene \u00e8 attendibile e riproducibile. In sintesi non basta che un singolo animale risponda in un certo modo, ma \u00e8 necessario che le prove siano condotte su un numero adeguato di animali (sufficiente cio\u00e8 ad ottenere un dato statisticamente valido). Per questo dovendo scegliere una specie utilizzabile (ed allevabile) in grandi numeri, che sia di piccola taglia e che fornisca risposte standardizzate, i roditori siano i candidati migliori. <br \/>Anche se il genoma dei roditori non \u00e8 uguale a quello dell\u2019uomo, \u00e8 comunque largamente sovrapponibile. Questo consente di avere modelli sufficientemente simili all\u2019uomo per molti, moltissimi tipi di sperimentazione. La maggior semplicit\u00e0 dell\u2019organismo murino rappresenta inoltre un vantaggio perch\u00e9 consente di comprendere meglio e prima i meccanismi molecolari che rappresentano la base della risposta fisiologica e farmacologica. I risultati ottenuti sui roditori non danno una risposta definitiva, ma sono utili per giungere a quello scopo.<br \/>Rispetto a qualche decennio fa le cavie (Cavia porcellus) sono state sostituite dai ratti (Rattusnorvegicus, Rattusrattus) per motivi di facilit\u00e0 di allevamento e di brevit\u00e0 di ciclo riproduttivo. Per gli stessi motivi, e la maggior facilit\u00e0 di manipolazione, negli ultimi anni i topi (Musmusculus) sono proporzionalmente preferiti rispetto ai ratti. Sempre nell\u2019ottica di una semplificazione affidabile, si adoperano anche sempre di pi\u00f9 modelli basati su organismi elementari: si pensi al moscerino della frutta (Drosophilamelanogaster) utilizzata in genetica per la sua versatilit\u00e0, semplicit\u00e0 e presenza di geni omologhi ben conservati.<br \/>\u00c8 vero che i roditori sono pi\u00f9 distanti dall\u2019uomo rispetto ai primati ma certo non \u00e8 pensabile \u2013 e nemmeno eticamente accettabile &#8211; utilizzare un grande numero di scimmie per la sperimentazione quando le risposte fornite dai roditori sono per la stragrande maggioranza degli esperimenti e dei test perfettamente accettabili ai fini della valutazione scientifica del dato. Per quei casi particolari in cui la risposta data dai roditori non \u00e8 sufficiente (es. vaccino contro l\u2019AIDS) allora si rende necessario anche l\u2019uso dei primati, nel minor numero possibile.<br \/>Infine \u00e8 vero che il grande pubblico non nutre molta empatia per i roditori, ma questo non \u00e8 necessariamente importante dal punto di vista scientifico. Il grande pubblico non nutre molta empatia nemmeno per le pecore, i maiali, i dromedari, le iene, i formichieri etc \u2013 tuttavia queste specie non presentano caratteristiche di mole, facilit\u00e0 di allevamento e standardizzazione che le rendano utili per la ricerca biomedica. Bisogna al contrario anche notare che alcuni roditori (criceti, gerbilli, gli stessi topi) stanno acquistando una crescente popolarit\u00e0 presso il pubblico e rappresentano un gruppo di pets di crescente diffusione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prof. Bruno Cozzi<br \/>Professore ordinario di Anatomia veterinaria<br \/>Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione<br \/>Universit\u00e0 di Padova<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 8: Perch\u00e9 si studiano le malattie croniche e degenerative nei roditori che vivono solo 2-3 anni? Sono studiate negli animali malattie come i tumori, le epilessie, la demenza, la schizofrenia e molte altre che necessitano di molti anni, a volte di decenni, per potersi sviluppare. Nella maggior parte di questi casi si utilizzano roditori, come topi e ratti, che vivono al massimo 2-3 anni. Non \u00e8 questa una differenza sufficiente per invalidare qualsiasi risultato?<\/p>\n<p>La ricerca scientifica quando non ha a disposizione la verifica diretta delle proprie indagini sfrutta dei modelli in grado, in tutto o in parte, di simulare le condizioni reali. In ambito farmacologico la valutazione di quanto questi modelli sperimentali siano predittivi di ci\u00f2 che potr\u00e0 avvenire nel contesto della patologia umana \u00e8 un tema che costantemente preoccupa e impegna ogni serio ricercatore. Sebbene a volte ci siano delle forzature, tutti sono consapevoli dell\u2019impossibilit\u00e0 di avere a disposizione modelli sperimentali in grado di riprodurre completamente le condizioni patologiche umane. In particolare, per quanto riguarda le malattie croniche, lo sforzo \u00e8 quello di capire il contesto in cui una determinata informazione \u00e8 stata ottenuta; se la complessit\u00e0 di una patologia che impiega, nell\u2019uomo, decenni a svilupparsi non pu\u00f2 essere riassunta completamente in un modello animale, alcuni aspetti parziali relativi al target farmacologico, al meccanismo d&#8217;azione alla biodisponibilit\u00e0 sono certamente acquisibili solo in un organismo vivente. La scelta del modello animale \u00e8 dettata innanzitutto dal rispetto delle normative vigenti (e del principio delle 3R) che prevedono, a parit\u00e0 di validit\u00e0 predittiva, l\u2019utilizzo \u201cdi animali a pi\u00f9 basso sviluppo neurologico\u201d (Art. 4, Comma 2, Dlgs 116\/92); conseguentemente, anche per lo studio di malattie croniche e degenerative, sono utilizzati roditori poich\u00e9 in essi sono molto ben rappresentati numerosi meccanismi patogenetici tipici delle malattie umane.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dr Gianluigi Forloni<br \/>Capo Dipartimento di Neuroscienze <br \/>Capo Laboratorio di Biologia delle Malattie Neurodegenerative<br \/>Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 9: Perch\u00e9 si studiano le malattie della mente negli animali che non sanno parlare? Il professor Pietro Croce affermava che la vivisezione poggia su un errore metodologico, ossia l\u2019illusione di potere estrapolare i dati ottenuti negli animali nella nostra specie. In campo psichiatrico l\u2019errore \u00e8 doppio, poich\u00e9 con gli animali non possiamo comunicare attraverso il linguaggio. Come si fa a capire se un animale \u00e8 delirante, o allucinato, o ha idee suicidarie se non parla? Inoltre nelle ricerche in psichiatria e psicologia si somministrano sostanze psicoattive agli animali o si distruggono parti del loro cervello, condizioni che i clinici utilizzano proprio per escludere negli esseri umani una malattia psichica.<\/p>\n<p>Da oltre 100 anni, cio\u00e8 dagli albori della psicofisica sensoriale, \u00e8 ben noto che il linguaggio non costituisce l\u2019unico modo attraverso il quale \u00e8 possibile comunicare con esseri viventi non dotati di tale propriet\u00e0. Ad esempio, le tecniche di operantconditioning permettono di capire e quantificare come gli animali discriminino stimoli sensoriali lungo un continuum di intensit\u00e0, producano risposte motorie diverse a seconda delle istruzioni ricevute, siano in grado di comunicare stati mentali legati ad esperienze gradevoli od avverse, cos\u00ec come il risultato di operazioni neurali pi\u00f9 complesse, quali quelle basate sulle inferenze, sulle catergorizzazioni e sulla discriminazione della numerosit\u00e0, etc.Tutto ci\u00f2 non sorprende, se solo si pensa che gli animali e noi non apparteniamo a sfere celesti diverse, ma siamo espressione di stadi diversi dell\u2019Evoluzione. Il problema per gli sperimentatori (non vivisettori, parola inesistente nel vocabolario della lingua italiana!) nell\u2019affrontare i modelli animali delle malattie mentali non \u00e8 pertanto particolarmente diverso da quello che si pone quando si approntano modelli sperimentali di malattie pi\u00f9 \u201csemplici\u201d: studiarne i fondamenti biologici. E\u2019 ormai accertato, ad esempio, come malattie degenerative della corteccia cerebrale e dei suoi fasci di fibre efferenti siano alla base di alcune forme di demenza, come alterazioni delle connessioni tra diverse aree del cervello e delle loro interazioni dinamiche siano frequenti nei pazienti schizofrenici, come alterazioni del metabolismo di alcuni mediatori chimici, ad esempio, la serotonina in alcuni circuiti cerebrali, siano alla base delle sindromi depressive. Le malattie dello spettro dell\u2019autismo hanno una componente genetica importante, del tutto ignota solo 20 anni orsono, ed il suo studio sta rilevando alterazioni specifiche, o comuni ad altre forme di ritardo mentale, che andranno approfondite e capite nella loro genesi ed espressione fenotipcaal di la della difficolt\u00e0 da parte di questi pazienti o di qualunque animale sperimentale di comunicare in maniere efficace i loro stati mentali. Queste ricerche non risolvono il problematout court, ma ne focalizzano gli aspetti fondamentali sui quali sviluppare la ricerca. I modelli animali sono volti a stabilire nessi di causalit\u00e0, non solo di correlazione, tra le varie alterazioni di cellule, tessuti, neurotrasmettitori e circuiti cerebrali, e patologie che ne conseguono. Le manipolazioni che essi permettono non sono eticamente e legalmente possibili nell\u2019Uomo. I pi\u00f9 moderni approcci, come l\u2019optogenetics, consentono di manipolare selettivamente ed in maniera reversibile determinati circuiti nervosi e studiarne le conseguenze su forme semplici e complesse di comportamento senza indurre in tali animali alcuna lesione irreversibile.I tempi della lobotomia frontale alla Moniz sono, per fortuna, tramontati, ed agli approcci chirurgici si sono sostituiti metodi di inattivazione funzionale. Piena consapevolezza delle prospettive e dei limiti di questi modelli, quindi, ma nessun doppio errore. Certamente una doppia ignoranza, metodologica e concettuale,da parte di chi queste domande ne pone in tal modo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prof. Roberto Caminiti<br \/>Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia<br \/>Universit\u00e0 di Roma La Sapienza<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Domanda 10: Perch\u00e9 farmaci tossici negli animali sono stati lo stesso commercializzati? Di solito la gente crede che la vivisezione serva a selezionare le sostanze sicure da quelle tossiche per la nostra specie, tuttavia il prontuario farmaceutico \u00e8 pieno di farmaci tossici negli animali che sono stati lo stesso sperimentati negli esseri umani e poi commercializzati. Forse gli stessi vivisettori non credono nelle loro ricerche e quindi dopo avere investito molti soldi nei test sugli animali, continuano in ogni caso le ricerche anche sugli esseri umani. \u00c8 questa vera scienza?<br \/>Una sola di queste domande sarebbe sufficiente per mettere in seria discussione la validit\u00e0 scientifica della vivisezione, tutte insieme sono una dimostrazione che la ricerca medico-scientifica deve prendere strade diverse se vuole essere affidabile nei fatti e non solo a parole.<\/p>\n<p>La normativa sulla sicurezza dei farmaci \u00e8 estremamente rigorosa e non ne consente la commercializzazione se non quando sia stata dimostrata la loro tollerabilit\u00e0 prima sugli animali e poi sull\u2019uomo. Nessun farmaco che si \u00e8 dimostrato tossico sugli animali da esperimento \u00e8 stato poi studiato sull\u2019uomo; \u00e8 vero, semmai, che in passato farmaci poco studiati sugli animali prima che sugli uomini sono stati causa di effetti avversi su questi ultimi. E&#8217; il caso della talidomide che ha provocato gravi malformazioni nell&#8217;uomo, non prevedibili perch\u00e9 il farmaco non era stato studiato su cavie in stato di gravidanza.<\/p>\n<p>Prof. Filippo Drago<br \/>Dipartimento di Biomedicina Clinica e Molecolare<br \/>Universit\u00e0 di Catania<br \/>Scuola di Medicina, Catania<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sono arrivate diverse sollecitazioni a discutere della questione animalista, in particolare sullo spinoso argomento vivisezione. 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