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	<title>rossella fava Archivi - Associazione Culturale Civiltà Laica</title>
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	<description>Per un movimento culturale volto a difendere la Laicità dello Stato.</description>
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		<title>Se questo è giornalismo&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alexjc]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 11:31:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Nell’Italia del 2026 — quella guidata dal governo di Giorgia Meloni — una giovane attrice e regista, Rossella Fava, decide di portare in scena uno spettacolo d’élite su un tema scomodo e divisivo: la gravidanza per altri. Una scelta che nasce dall’incontro con coppie italiane che questo percorso lo hanno davvero affrontato, spesso costrette [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.civiltalaica.it/cms/se-questo-e-giornalismo/">Se questo è giornalismo&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.civiltalaica.it/cms">Associazione Culturale Civiltà Laica</a>.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’Italia del 2026 — quella guidata dal governo di Giorgia Meloni — una giovane attrice e regista, Rossella Fava, decide di portare in scena uno spettacolo d’élite su un tema scomodo e divisivo: la gravidanza per altri.<br />
Una scelta che nasce dall’incontro con coppie italiane che questo percorso lo hanno davvero affrontato, spesso costrette a recarsi all’estero. Da quei racconti personali prende forma uno spettacolo teatrale che, nel solco del metodo Stanislavskij, prova a restituire realtà e vissuti.<br />
Lo spettacolo si intitola M(other) — un inglesismo evocativo che richiama “Mother for Other” — ed è andato in scena dal 12 febbraio al Teatro della Cooperativa di Milano, diretto da Renato Sarti, con repliche fino al 22 febbraio.<br />
Non ho ancora avuto la possibilità di vederlo. Ed è proprio per questo che, da giornalista, mi limito a raccontare ciò che è verificabile: titolo, debutto, contesto e intenzioni dichiarate.</p>
<p>Quello che mi ha spinto a scrivere, invece, è un articolo apparso sul quotidiano La Verità, firmato da Patrizia Floder Reitter, che ha attaccato lo spettacolo e il teatro con toni estremamente duri.<br />
La questione non è il dissenso — sacrosanto — ma il metodo. Si può criticare uno spettacolo senza averlo visto? Si può attribuire un intento propagandistico senza aver verificato contenuti e messinscena?<br />
Il pezzo sostiene che lo spettacolo promuoverebbe la maternità surrogata, evocando perfino possibili sanzioni economiche. Ma senza la visione diretta dell’opera o prove circostanziate, il rischio è quello di trasformare un’ipotesi in una certezza narrativa. E quando il racconto precede la verifica, il confine tra informazione e opinione militante diventa sottile.<br />
Il titolo dell’articolo — <strong>“Soldi pubblici allo show sulla surrogata”</strong> — apre poi un altro tema: i finanziamenti pubblici alla cultura.<br />
Molti teatri italiani, come numerose realtà culturali, sopravvivono anche grazie a fondi statali. Ma attribuire finanziamenti specifici a una singola produzione richiede dati aggiornati e verificabili. Se le pubblicazioni ufficiali si fermano al 2024, affermare che fondi pubblici abbiano sostenuto direttamente lo spettacolo nel 2026 rischia di diventare una deduzione, non un fatto.</p>
<p><a href="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2026/02/a7238212-594b-4e53-a157-b1b7f4db6aca-e1771154812882.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-39647" src="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2026/02/a7238212-594b-4e53-a157-b1b7f4db6aca-e1771154812882.jpg" alt="" width="610" height="338" srcset="https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2026/02/a7238212-594b-4e53-a157-b1b7f4db6aca-e1771154812882.jpg 610w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2026/02/a7238212-594b-4e53-a157-b1b7f4db6aca-e1771154812882-300x166.jpg 300w, https://www.civiltalaica.it/cms/wp-content/uploads/2026/02/a7238212-594b-4e53-a157-b1b7f4db6aca-e1771154812882-280x155.jpg 280w" sizes="(max-width: 610px) 100vw, 610px" /></a></p>
<p>C’è poi la questione delle fonti e del contraddittorio.<br />
In un articolo compare una sola voce politica: quella della <strong>Ministra per la Famiglia Eugenia Roccella.</strong> Non risulta invece il punto di vista della regista, della compagnia teatrale o delle persone direttamente coinvolte nel progetto artistico.<br />
Anche la presenza di posizioni istituzionali è legittima, ma un’informazione equilibrata dovrebbe includere più prospettive, soprattutto su temi complessi.<br />
Nel pezzo vengono riportate frasi e posizioni politiche già espresse in altre sedi — dalle dichiarazioni pubbliche alle prese di posizione internazionali, come gli interventi presso l’<strong>Organizzazione delle Nazioni Unite</strong> — senza però un approfondimento sulle storie reali delle coppie o delle gestanti.<br />
Eppure esistono contesti in cui queste esperienze sono state raccontate direttamente: ad esempio il convegno “<strong>Famiglie e diritti universali</strong>”, promosso nel 2024 da A<strong>ssociazione Luca Coscioni insieme a Famiglie Arcobaleno, tenutosi presso la Camera dei Deputati.</strong><br />
In quella sede — nella Sala Matteotti — hanno parlato coppie, gestanti e persone nate tramite questi percorsi. Voci che spesso restano ai margini del dibattito mediatico.<br />
Nel frattempo, il tema legislativo continua a essere centrale. Dopo l’approvazione della legge proposta dall’onorevole Carolina Varchi — che introduce il cosiddetto “reato universale” — il confronto pubblico si è irrigidito ulteriormente.<br />
Indipendentemente dalle posizioni personali, il rischio è che il dibattito degeneri in slogan contrapposti, lasciando poco spazio alla complessità delle esperienze umane e alle conseguenze sociali, anche per i figli e le figlie coinvolti.</p>
<p>Ed è qui che torna il nodo del giornalismo.<br />
Raccontare significa verificare, ascoltare più voci, distinguere fatti e opinioni. Non rinunciare al giudizio critico, ma fondarlo su conoscenza diretta o su fonti solide. Altrimenti il racconto diventa autoreferenziale, costruito per catturare click e alimentare polarizzazione — tra titoli acchiappapancia e discussioni da social, tra una serie su Netflix e una cena al sushi.<br />
La domanda finale resta semplice: vogliamo davvero un’informazione che si limiti a dirci come e cosa pensare? O preferiamo un giornalismo capace di mettere in discussione le proprie certezze, anche quando il tema è scomodo?<br />
Ho ancora una speranza: che l’Ordine dei Giornalisti continui a promuovere un dibattito serio sul metodo e sulla responsabilità dell’informazione. Non per censurare opinioni, ma per ricordare che la credibilità si costruisce con rigore, pluralità e rispetto dei fatti.</p>
<p><strong>Maria Sole Giardini</strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.civiltalaica.it/cms/se-questo-e-giornalismo/">Se questo è giornalismo&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.civiltalaica.it/cms">Associazione Culturale Civiltà Laica</a>.</p>
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