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	Commenti a: La balla del relativismo	</title>
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	<description>Per un movimento culturale volto a difendere la Laicità dello Stato.</description>
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		Di: Dagoberto Frattaroli		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dagoberto Frattaroli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2013 14:41:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Alessandro, 
ti leggo sempre con piacere anche se perdo talvolta il filo del discorso
in mezzo alla foresta di parentesi, di trattini, di corsivi, di incidentali, di
subordinate e di note.  

Questa volta l’argomento che proponi è particolarmente stimolante e avrei voluto commentarlo già in occasione della precedente pubblicazione
sul  sito. 
Condivido le tue critiche al relativismo. Solo su un punto non mi trovo d’accordo e precisamente sulla valutazione che tu ne dai dal punto di vista della prospettiva storica e delle implicazioni sociali, perché non credo che il relativismo abbia la consistenza del flogisto e del basilisco. Il relativismo, al pari di queste due “entità metafisiche”, è forse destinato ad essere superato e a divenire un ricordo, ma al momento non è altrettanto innocuo e inconsistente. Non è, come dici, aria fritta partorita da Ratzinger, né purtroppo è una balla come suggerisce il titolo dell’articolo. 
Il relativismo invece esiste, è reale ed è un modo di pensare molto diffuso. In certe sue forme deteriori è addirittura dilagante nella società occidentale. 
L’idea di relativismo, nato nella filosofia antica, è stato recuperato nei secoli scorsi e trasformato  in un  approccio metodologico, dapprima etnico-antropologico, che ha investito poi le più diverse discipline: dall’etica, alla politica, dalla società ai diritti umani. Nella storia di questo concetto si trova la conferma di come molte idee, interpretazioni, approcci nascono in un certo contesto dove sono correttamente utilizzate, mantenendo una loro logica e coerenza, ma  poi quando vengono traslate ad altri campi e discipline e a queste adattate, spesso forzatamente, danno luogo alla loro caricatura. E’ quello che è successo al relativismo che da principio interpretativo
della realtà, prudente, possibilista e, in fondo, come dici, democratico e
tollerante, si è trasformato in uno strumento globale di interpretazione del
mondo con implicazioni spesso assurde. 
Uscito dalle aule universitarie, l’approccio relativista ha avuto un successo travolgente:  si è diffuso rapidamente nella cultura popolare influenzando i comportamenti individuali e collettivi, tanto da ispirare un vera e propria etica. Un’etica individualista basata  sulla premessa che ogni opinione o convinzione
personale è degna di rispetto come tutte le altre, per cui dei  propri comportamenti ognuno deve rispondere solo a se stesso.  Ogni persona ha
diritto a non essere minimamente criticata perché la sua opinione ed il suo
agire hanno piena dignità qualunque esse siano. Da qui, è facile il passaggio
all’affermazione successiva che sembra ormai la filosofia di molti: “Faccio
quello che mi pare senza render conto a nessuno. Non devo più provare vergogna per le mie azioni riprovevoli, perché tali non sono. Nessuno mi può giudicare, né io tantomeno nutro sensi di colpa”.  
Ma questo non è relativismo dirà qualcuno. 

Sono d’accordo: questo non è relativismo ma nichilismo, anarchia collettiva, carnevale edonistico privo di qualunque riferimento se non il personale immediato tornaconto. 

Però non possiamo disconoscere che questa filosofia rozza e
semplicistica che anima e giustifica uno stile di vita molto diffuso nella
nostra cultura abbia fondamenta squisitamente relativistiche. 
Che il relativismo fosse destinato al successo lo si capiva subito per via del suo aspetto accattivante:  l’approccio relativistico propone  una visione olistica  e spiritualista della persona umana, e inoltre si presenta come una filosofia svelta, semplice, veloce, giovanile.  La cultura popolare se ne è impadronita perché vi ha riconosciuto un alibi per i propri comportamenti;  le elites l’hanno apprezzata non solo perché sembra promuovere, come tu dici, la tolleranza e il pluralismo ma anche perché è un potente strumento di critica sociale e politica. Immediata, l’inclusione di tutte le declinazioni relativistiche nel Libro d’Oro del “politicamente corretto”, la nuova Bibbia di molti intellettuali. 
Non so se sei d’accordo, ma mi sembra plausibile che una visione filosofica di tipo umanistico,  abbia intravisto nel relativismo la  mitica “teoria del tutto” utile per  capire e spiegare il mondo  e sia stato così indotto a cucinarla in tutte le salse applicandola alla società, alle culture, alla politica, all’etica individuale e a quella collettiva. Dopo gli insuccessi e le delusioni del passato, la chiave
relativistica appariva idonea per  una spiegazione omnicomprensiva dell’uomo e della società, una spiegazione finalmente totale e definitiva. In questo la cultura umanistica sembra quasi mostrare un complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifica, anch’essa alla ricerca di una “teoria del tutto” che spieghi il mondo fisico con una sola formula omnicomprensiva. La mentalità scientifica è però consapevole che una simile formula non esiste e si accontenta di elaborare chiavi interpretative settoriali, non globali ma altrettanto potenti, che hanno permesso di spiegare sinora la biologia con una lettura evoluzionistica e la fisica con la teoria unificata delle forze.
Terni, 7 maggio 2013
Dagoberto Frattaroli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Alessandro,<br />
ti leggo sempre con piacere anche se perdo talvolta il filo del discorso<br />
in mezzo alla foresta di parentesi, di trattini, di corsivi, di incidentali, di<br />
subordinate e di note.  </p>
<p>Questa volta l’argomento che proponi è particolarmente stimolante e avrei voluto commentarlo già in occasione della precedente pubblicazione<br />
sul  sito.<br />
Condivido le tue critiche al relativismo. Solo su un punto non mi trovo d’accordo e precisamente sulla valutazione che tu ne dai dal punto di vista della prospettiva storica e delle implicazioni sociali, perché non credo che il relativismo abbia la consistenza del flogisto e del basilisco. Il relativismo, al pari di queste due “entità metafisiche”, è forse destinato ad essere superato e a divenire un ricordo, ma al momento non è altrettanto innocuo e inconsistente. Non è, come dici, aria fritta partorita da Ratzinger, né purtroppo è una balla come suggerisce il titolo dell’articolo.<br />
Il relativismo invece esiste, è reale ed è un modo di pensare molto diffuso. In certe sue forme deteriori è addirittura dilagante nella società occidentale.<br />
L’idea di relativismo, nato nella filosofia antica, è stato recuperato nei secoli scorsi e trasformato  in un  approccio metodologico, dapprima etnico-antropologico, che ha investito poi le più diverse discipline: dall’etica, alla politica, dalla società ai diritti umani. Nella storia di questo concetto si trova la conferma di come molte idee, interpretazioni, approcci nascono in un certo contesto dove sono correttamente utilizzate, mantenendo una loro logica e coerenza, ma  poi quando vengono traslate ad altri campi e discipline e a queste adattate, spesso forzatamente, danno luogo alla loro caricatura. E’ quello che è successo al relativismo che da principio interpretativo<br />
della realtà, prudente, possibilista e, in fondo, come dici, democratico e<br />
tollerante, si è trasformato in uno strumento globale di interpretazione del<br />
mondo con implicazioni spesso assurde.<br />
Uscito dalle aule universitarie, l’approccio relativista ha avuto un successo travolgente:  si è diffuso rapidamente nella cultura popolare influenzando i comportamenti individuali e collettivi, tanto da ispirare un vera e propria etica. Un’etica individualista basata  sulla premessa che ogni opinione o convinzione<br />
personale è degna di rispetto come tutte le altre, per cui dei  propri comportamenti ognuno deve rispondere solo a se stesso.  Ogni persona ha<br />
diritto a non essere minimamente criticata perché la sua opinione ed il suo<br />
agire hanno piena dignità qualunque esse siano. Da qui, è facile il passaggio<br />
all’affermazione successiva che sembra ormai la filosofia di molti: “Faccio<br />
quello che mi pare senza render conto a nessuno. Non devo più provare vergogna per le mie azioni riprovevoli, perché tali non sono. Nessuno mi può giudicare, né io tantomeno nutro sensi di colpa”.<br />
Ma questo non è relativismo dirà qualcuno. </p>
<p>Sono d’accordo: questo non è relativismo ma nichilismo, anarchia collettiva, carnevale edonistico privo di qualunque riferimento se non il personale immediato tornaconto. </p>
<p>Però non possiamo disconoscere che questa filosofia rozza e<br />
semplicistica che anima e giustifica uno stile di vita molto diffuso nella<br />
nostra cultura abbia fondamenta squisitamente relativistiche.<br />
Che il relativismo fosse destinato al successo lo si capiva subito per via del suo aspetto accattivante:  l’approccio relativistico propone  una visione olistica  e spiritualista della persona umana, e inoltre si presenta come una filosofia svelta, semplice, veloce, giovanile.  La cultura popolare se ne è impadronita perché vi ha riconosciuto un alibi per i propri comportamenti;  le elites l’hanno apprezzata non solo perché sembra promuovere, come tu dici, la tolleranza e il pluralismo ma anche perché è un potente strumento di critica sociale e politica. Immediata, l’inclusione di tutte le declinazioni relativistiche nel Libro d’Oro del “politicamente corretto”, la nuova Bibbia di molti intellettuali.<br />
Non so se sei d’accordo, ma mi sembra plausibile che una visione filosofica di tipo umanistico,  abbia intravisto nel relativismo la  mitica “teoria del tutto” utile per  capire e spiegare il mondo  e sia stato così indotto a cucinarla in tutte le salse applicandola alla società, alle culture, alla politica, all’etica individuale e a quella collettiva. Dopo gli insuccessi e le delusioni del passato, la chiave<br />
relativistica appariva idonea per  una spiegazione omnicomprensiva dell’uomo e della società, una spiegazione finalmente totale e definitiva. In questo la cultura umanistica sembra quasi mostrare un complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifica, anch’essa alla ricerca di una “teoria del tutto” che spieghi il mondo fisico con una sola formula omnicomprensiva. La mentalità scientifica è però consapevole che una simile formula non esiste e si accontenta di elaborare chiavi interpretative settoriali, non globali ma altrettanto potenti, che hanno permesso di spiegare sinora la biologia con una lettura evoluzionistica e la fisica con la teoria unificata delle forze.<br />
Terni, 7 maggio 2013<br />
Dagoberto Frattaroli</p>
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