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	Commenti a: Intouchables, ovvero le eccezioni della satira	</title>
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	<description>Per un movimento culturale volto a difendere la Laicità dello Stato.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Sep 2012 13:04:00 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Marco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2012 13:04:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Che ci sia sensibilità e sensibilità è un dato di fatto e il paragone tra quella religiosa e quella di categorie/gruppi umani non è possibile allo stesso modo dell&#039;inattuabile e assurdo contraddittorio che ogni tanto deve subire la teoria dell&#039;evoluzionismo. Questione di fede, perché di questo si tratta. Pensandomi, dunque, come una persona alla pari dei credenti di ogni religione, che potrebbe reclamare un pari diritto a non veder distrutta una sensibilità collettiva (lasciamo da parte quelle individuali), forse posso capire meglio gli avvenimenti, poiché non possiamo negare che nel tempo la satira è stata usata come strumento di espressione politica. In cosa credo, dunque? Credo nella libertà d&#039;espressione, ma credo anche che tollerare l&#039;intolleranza si un limite; non esiterei un secondo a condannare moralmente una vignetta contro, per esempio specifici gruppi sociali. La domanda che pongo è quindi se una vignetta contro i musulmani come contro i gay o un gruppo politico sia condannabile e, dunque, il suo autore debbano o meno subire una condanna o il silenzio. La questione, di fondo, è questa. La satira, dunque la libertà di espressione, può rivendicare la sua autonomia a discapito di un gruppo politico? La mia risposta è sì. La spiegazione è semplice; la colpa non è della satira, poiché non può essere giudicata giusta o sbagliata. La responsabilità è nella mano di chi brandisce una satira specifica (o nel suo complesso, poiché non ne conosce la potenza liberatoria e la vena sarcastica), per altri fini, mentre la risata dovrebbe essere fine a sé stessa. Uso il condizionale e spiegherò perché. Dire che la satira deve avere un limite è pericoloso, poiché significherebbe giudicare eticamente una risata; anche se quella risata non ci piace. Quindi il tema del limite non dovrebbe porsi a monte; la libertà di espressione non può essere negata prima che questa si possa manifestare. E&#039; quindi a valle? Sì, ma non ne può far le spese l&#039;autore e chi è coinvolto nel processo creativo. Usare questo mezzo di comunicazione, per altri fini (che magari sono anche compresi nella visione del mondo dell&#039;autore) ha il suo prezzo da pagare e come ogni contrapposizione che diviene politica si colloca dentro un rapporto di forza. Detto in altre parole: tollero una vignetta contro i poveri, ma non esiterei a condannarne l&#039;uso politico per giustificare l&#039;emarginazione sociale e, così facendo, risponderei usando altra satira di colore avverso e di questo me ne assumo la responsabilità. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che ci sia sensibilità e sensibilità è un dato di fatto e il paragone tra quella religiosa e quella di categorie/gruppi umani non è possibile allo stesso modo dell&#8217;inattuabile e assurdo contraddittorio che ogni tanto deve subire la teoria dell&#8217;evoluzionismo. Questione di fede, perché di questo si tratta. Pensandomi, dunque, come una persona alla pari dei credenti di ogni religione, che potrebbe reclamare un pari diritto a non veder distrutta una sensibilità collettiva (lasciamo da parte quelle individuali), forse posso capire meglio gli avvenimenti, poiché non possiamo negare che nel tempo la satira è stata usata come strumento di espressione politica. In cosa credo, dunque? Credo nella libertà d&#8217;espressione, ma credo anche che tollerare l&#8217;intolleranza si un limite; non esiterei un secondo a condannare moralmente una vignetta contro, per esempio specifici gruppi sociali. La domanda che pongo è quindi se una vignetta contro i musulmani come contro i gay o un gruppo politico sia condannabile e, dunque, il suo autore debbano o meno subire una condanna o il silenzio. La questione, di fondo, è questa. La satira, dunque la libertà di espressione, può rivendicare la sua autonomia a discapito di un gruppo politico? La mia risposta è sì. La spiegazione è semplice; la colpa non è della satira, poiché non può essere giudicata giusta o sbagliata. La responsabilità è nella mano di chi brandisce una satira specifica (o nel suo complesso, poiché non ne conosce la potenza liberatoria e la vena sarcastica), per altri fini, mentre la risata dovrebbe essere fine a sé stessa. Uso il condizionale e spiegherò perché. Dire che la satira deve avere un limite è pericoloso, poiché significherebbe giudicare eticamente una risata; anche se quella risata non ci piace. Quindi il tema del limite non dovrebbe porsi a monte; la libertà di espressione non può essere negata prima che questa si possa manifestare. E&#8217; quindi a valle? Sì, ma non ne può far le spese l&#8217;autore e chi è coinvolto nel processo creativo. Usare questo mezzo di comunicazione, per altri fini (che magari sono anche compresi nella visione del mondo dell&#8217;autore) ha il suo prezzo da pagare e come ogni contrapposizione che diviene politica si colloca dentro un rapporto di forza. Detto in altre parole: tollero una vignetta contro i poveri, ma non esiterei a condannarne l&#8217;uso politico per giustificare l&#8217;emarginazione sociale e, così facendo, risponderei usando altra satira di colore avverso e di questo me ne assumo la responsabilità. </p>
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