Per Valerio Bruschini 19.2.1956/4.11.2015

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“…in direzione ostinata e contraria…

Mi ricordo perfettamente di quando ho conosciuto Valerio.

Era un sabato pomeriggio della fine autunno del 2003, quando era fissato un appuntamento a Perugia per conoscerci fra noi soci e simpatizzanti Uaar nell’Umbria.

Nella mailing list fornita dalla sede nazionale al nostro Maurizio risultavamo una ventina di soci iscritti nella zona, dopo qualche mail ci eravamo decisi ad incontrarci di persona per capire quanti erano effettivamente disposti a diventare degli attivisti per promuovere le cause dell’associazione.

Da Terni partimmo in due, io e il mio omonimo Petrucci. A Todi ci unimmo con Valerio e Maurizio e ci recammo a una sede Arci di un quartiere periferico chiesta da Fiorella.

A parte noi quattro e Fiorella accompagnata dal marito non arrivò nessun altro, nonostante gli inviti calorosi lanciati in email.

Ci promettemmo di iniziare a fare comunque qualcosa di pratico nel territorio, come cominciare a chiedere sale laiche per il commiato ai comuni, di raccogliere firme per dedicare delle vie a Darwin e altri personaggi importanti del mondo laico, di chiedere la revisione della legge regionale che prevedeva la tumulazione obbligatoria delle ceneri per chi sceglieva la cremazione.

Tornando a Todi da Perugia a qualcuno di noi tre scappò la considerazione che sarebbe stato il caso che ci fosse stata più gente. Valerio con il suo fare analitico che imparai a conoscere ed apprezzare nel corso degli anni seguenti disse: “Guardate che considerato l’enorme disimpegno politico in atto e il bombardamento incessante su quant’è buono e bravo questo Papa, riunire sei persone che decidono di impegnarsi su temi come l’ateismo e la laicità non è poco!”.

Ci venne da ridere, ma come spesso accadeva aveva ragione lui. Nel giro dell’anno successivo sapere che in Umbria c’era chi si interessava di queste tematiche non passò inosservato, e in breve tempo le riunioni diventarono di dieci o quindici persone. A seguito poi dell’ambiguo congresso Uaar del 2004 scegliemmo insieme a tutti gli altri di fondare Civiltà Laica per avere più libertà di movimento nel locale.

Da quei giorni non è mai mancata la sua voce confortante che elogiava i nostri successi e contestualizzava i nostri flop in modo analitico, mai distruttivo ma sempre e comunque propositivo. In ogni situazione. Anche quando ti doveva spiegare perché non parlava più con tizio e caio dell’associazione taldetali. Anche quando ti invitava ad andare al suo posto in occasioni pubbliche perché lui faceva sempre un passo indietro.

“…scarpe rotte eppur bisogna andar…”

Valerio oltre ad essere laico e anticlericale come me, si definiva comunista come me. Ma con meno remore di me che tengo sempre a precisare i miei distinguo dall’ortodossia marxista, il mio antistalinismo che è una logica conseguenza del mio antitotalitarismo, il mio invito ad unire comunque in un fronte comune, rinunciando alle spinte identariste, le forze anticapitaliste dai socialdemocratici ai trotzkisti in una società di capitalismo avanzato come quella che abbiamo. Lui non faceva tutte queste distinzioni, non perché non le condividesse, anzi! Ma perché il suo ragionamento era più pragmatico: “se chi da fastidio al sistema e ai poteri forti lo chiamano comunista allora io sono comunista”.

Semplice. Poi come tante volte accade la condivisione delle analisi non porta alle stesse conclusioni e di fatto io e Valerio, forse per ragioni anagrafiche, non ci siamo quasi mai trovati a votare lo stesso partito. Tanto meno a militarci dentro.

“… ma nella mente ho un immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli…”

L’immagine di Valerio che tengo nel cuore viene da una serata a Spello mentre ascoltavamo insieme l’ennesimo concerto di Guccini.

Alla consueta esecuzione de “La locomotiva” lo osservai che la ascoltava a occhi chiusi con il pugno alzato, immobile per tutta la durata della canzone.

Immaginai cosa dovesse aver significato per lui quella canzone negli anni ‘70, mi chiesi cosa avesse significato per me negli anni ’80 e ’90, e filosofeggiai, mentre il sommo maestro dei cantastorie italiani eseguiva il suo brano simbolo, di come tanti valori sono trasversali nelle generazioni e nel susseguirsi dei decenni.

“…e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re…”

Valerio oltre che storico e filosofo era anche un appassionato ascoltatore della musica italiana, non solo quella impegnata, ma di tutta la musica.

Ogni tanto nel discorso o nell’articolo ti infilava la citazione che non ti aspetti, magari di un pezzo sconosciuto della Vanoni o di Milva, così en passant, per ricordare sempre che la cultura è bella ma che se non ti fai capire poi serve a poco.

Quando al suo funerale ho visto piangere i ragazzi dai quindici ai trentacinque anni che erano passati attraverso il suo insegnamento ho pensato che pochi, davvero pochi, come lui sapevano farsi capire durante discorsi complessi e articolati. Sapeva far capire l’argomento di cui si stava discutendo e sapeva far capire le sue ragioni.

Quante persone a quel funerale hanno preso in mano il microfono e hanno detto: “Io sono cattolico ma Valerio…”. Tranquilli, state tranquilli ragazzi, Valerio non ha mai chiesto a nessuno di essere perfetto.

“…vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire spendere tutti i tuoi giorni passati se presto hai dovuto partire…”

E come sempre quando mi raccontano della fine della vita di una persona, delle sue sofferenze, poche o tante che siano state, mi tornano i dubbi di sempre. Quelli che sono nascosti a chiave nei nostri cassetti della mente che non apriamo per nessuno a meno che proprio non siamo con il cuore gonfio e irrigato dalle nostre lacrime.

Ha un senso tutto questo?”, “Ci rivedremo mai?”, “Chissà se ora mi ascolti?”

Poi rimettendo a posto il cuore e asciugando le lacrime tiriamo su le spalle con fare rassegnato; noi cultori del dubbio agnostico, noi che non vogliamo convincere nessuno di cosa fare della sua vita e del suo corpo, noi che pretendiamo i nostri diritti e lottiamo affinché quelli di tutti siano riconosciuti, noi che l’unico diritto che non riconosciamo è quello di negare diritti agli altri, noi sappiamo che la domanda che conta alla fine è solo una: “Ne è valsa la pena?”.

E a questa Valerio, sorridendo come sempre, risponderebbe: “Comunquemente si, non fosse altro per vedere di nascosto l’effetto che fa!”

 

Alessandro Chiometti

4 novembre 2017   |   articoli, in evidenza   |   Tags: ,