Paola Barbato al Terni Horror Fest #3

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Durante la terza edizione del Terni Horror Fest, festival dedicato all’orrore (e che infatti si tiene nei giorni intorno ad Halloween, dal 28 ottobre al 1 novembre) tra le varie iniziative c’è stata la possibilità di parlare con l’autrice Paola Barbato del suo ultimo romanzo, già recensito in un precedente articolo su questo sito, e della sua esperienza con la Bonelli. L’intervista è stata gestita da me e dallo scrittore e Presidente dell’Associazione Civiltà Laica che cura la direzione artistica del festival, Alessandro Chiometti.

 

A.: “‘Non Ti Faccio Niente’ è il quarto romanzo di Paola, che inizia come sceneggiatrice di Dylan Dog, e l’ho conosciuta come autrice del fumetto. Poi ho scoperto che pubblicava anche dei bellissimi libri, ed io ho iniziato a leggerla con ‘Il Filo Rosso’, anche se questo mi è piaciuto di più e credo che sia, senza piaggeria, il miglior thriller italiano degli ultimi dieci anni. La struttura di questo romanzo è molto complessa, dato che si sviluppa su due linee temporali distanziate da vent’anni, e questo ricorda un altro classico dell’horror, ‘It’ di Stephen King. La cosa particolare è nell’idea di partenza, ovvero: c’è una persona negli anni ’80 che rapisce i bambini in modo seriale, ma non è una persona cattiva. Li rapisce per dargli la possibilità di vedere che c’è un mondo migliore rispetto a quello che hanno conosciuto. […] Come è venuta questa idea, Paola?”

P.: “Ho iniziato questo libro nel 2013: lo avevo proposto, in dodici pagine, ma lo avevano rifiutato perché poco interessante, mi avevano addirittura detto che era banale e già sentito. Dunque non ricordo bene come sia nata l’idea. So che allora sono partita in quarta ma sono stata raffreddata dalla reazione degli editor e sono passata ad altro fino all’anno scorso, quando mi sono ricapitate per caso queste dodici pagine cristallizzate e ho deciso di riprenderlo in mano. È un libro che parla delle buone intenzioni, a cui non sempre corrisponde un risultato positivo: moltissime delle buone intenzioni del romanzo portano ad eventi negativi, e tutti i personaggi, positivi e non, hanno delle motivazioni di cui sono profondamente convinti, quindi in un certo senso tutti sono spinti da buone intenzioni. Dunque c’è molto da valutare su quali siano le ombre dei personaggi. Il protagonista è un criminale. È un rapitore seriale di bambini, non importa se è un criminale bianco che non fa del male. C’è da chiedersi cosa significa essere una brava persona e cosa essere una persona deprecabile. I bambini rapiti sono 32, una cifra enorme, tanto che alla fine del romanzo ho aggiunto una lista con le indicazioni dei nomi, dei luoghi, delle date e della durata dei rapimenti. Sono così tanti per due ragioni: la prima è che mi sono documentata, e le sparizioni negli anni ‘80 erano veramente moltissime, e spesso non venivano denunciate, poiché si imputavano le cause a situazioni di disagio in famiglia, a piccole fughe. Quando venivano fatte le denunce, passavano 3 giorni prima di completare l’iter burocratico. Una follia! In quei 3 giorni, il rapitore non sarebbe stato cercato, e dunque non ci sarebbero state conseguenze. E poi all’epoca c’era una concezione completamente diversa dell’infanzia: oggi i genitori sono sempre angosciati e iperprotettivi; all’epoca, ero una bambina anch’io, alle 3 e mezza il bambino usciva di casa e non rientrava prima dell’orario di cena, e basta. Dove andava? Era con gli amici? In bici, a piedi? Bo! ‘Qualcuno l’avrebbe guardato’, era questo il concetto della società. In realtà non era così automatico come si sperava. Il fatto è che gli anni ’80 erano seguiti agli anni ’70, anni pesanti, che avevano richiesto sempre un enorme impegno, in tutte le cose. Negli anni 80 si è cercata un po’ di leggerezza. Forse un po’ troppa. E infatti i quarantenni di oggi raccontano il mare magno di molestie subite in quegli anni nei quali anche solo la parola pedofilia era tabù e non se ne parlava, c’era solo ‘Il Maniaco’, ‘stai attento al maniaco che viene da fuori arriva ti prende e ti porta via!’ si diceva. Poi si è iniziato a capire che forse il maniaco invece vive nella casa affianco e sono cambiati i parametri.”

I.: “Leggendo il libro ho notato tantissimi personaggi messi più o meno tutti sullo stesso piano, e mi chiedevo come fosse possibile riuscire a gestirne così tanto senza sminuirne nessuno.”

P.: “Eh, non lo so! Io non sono una scrittrice che riesce a lavorare in maniera schematica, scrivo in progress. Fondamentalmente non scrivo di un personaggio se non mi interessa, non lo creo proprio se non mi incuriosisce, lo seguo solo nel caso contrario. Va sottolineato che mi incuriosiscono anche dei personaggi che non mi piacciono […]. Mi incuriosiscono molto i deboli, gli ignavi, quelli che non sanno mai prendere posizione, come Mariangela o Daniele […]. E siccome queste persone esistono e sono la maggioranza (non esistono il bianco e il nero, il grande eroe e il super cattivo, sono tutti grigi, sfumati). I grigi sono molto interessanti; anche se non condivido quello che fanno e spesso non capisco quello che fanno, queste non sono buone ragioni per non metterli in scena per quello che sono. È troppo facile mettere in scena un poveraccio e dopo o bastonarlo o fargli venire il moto di eroismo. Uno può essere poveraccio dall’inizio alla fine e avere comunque la sua dignità di personaggio, ed è una cosa per cui mi batto tantissimo, perché gli stereotipi mi hanno stancata. Preferisco avere dei personaggi di cui posso dire ‘Ehi! Guarda quello come somiglia al moroso della Francesca!’. Quelli sono i personaggi che ci sono nella vita di tutti, sempre.”

I.: “Il protagonista invece è molto atipico; questo fatto del rapitore buono è venuto da indagini psicologiche oppure è venuto proprio da una tua idea?”

P.: “Sì, probabilmente è una delle mie teorie. Quando dico che negli anni ’80 i bambini venivano guardati troppo poco lo dico a ragion veduta. […] Il fatto è che […] l’essere umano ha perso quasi completamente la sua parte animale e istintiva che tanto ci faceva bene. […] Una delle nostre capacità rimaste è la paura, l’istinto di autoconservazione. […] La paura è uno dei nostri ultimi istinti, ed è salvifica in piccole dosi, ci consente di essere prudenti e tutelarci. Quel po’ di paura che il rapitore mette addosso ai genitori dei bambini, avrebbe fatto bene a tanti genitori degli anni ’80.”

I.: “Sei un’autrice già affermata, eppure hai scelto di scrivere su Wattpad. Queste piattaforme ormai sono moltissime, non riusciamo più nemmeno a contarle. Come mai proprio Wattpad?”

P.: “Mi è capitata quella: l’anno scorso, a luglio, mi scrisse un’amica dicendomi che aveva ritrovato delle poesie di sua mamma e che voleva pubblicarle, e mi chiese un consiglio ‘Wattpad o WordPress?’ e io ho risposto ‘eh!?’. Non avevo idea di cosa fosse Wattpadd, WordPress vagamente. Poi ho scoperto che su Wattpad ognuno può pubblicare ciò che vuole. Io non avevo più un editore, avevo scritto tanta roba mi sono detta ‘perché no?’. Considero Wattpad l’approdo degli incipit perduti. Io avevo cinque romanzi che non erano andati avanti, ho aperto la mia pagina e ho deciso di pubblicarli lì. Mi è ricapitato questo incipit, il più bello, e ho pensato che era un peccato non andare avanti. […] In 67 giorni ho scritto tutto. Erano molti anni che non mi dedicavo così esclusivamente a un romanzo e ne avevo proprio bisogno, è stato disintossicante, mi sono trovata così bene (anche nel rapporto coi lettori) che ne sto scrivendo un altro, sempre su Wattpad.”

 

Dopo aver letto i due incipit del romanzo, si riparte con le domande.

 

A.: “La paperella è una cosa particolare: uno potrebbe pensare che sia il segno del rapitore che vuole farsi ritrovare. Ma in questo libro delle paperelle non importa niente a nessuno, c’è solo un poliziotto che ha preso un vago appunto. Il rapitore sa che è il proprio simbolo e capisce che c’è qualcosa che non va quando lo rivede nella seconda linea temporale, ma gli investigatori non ne tengono conto. A me è sembrata una presa in giro di quei gialli secondo cui basta guardare in giro e gli investigatori trovano le firme sempre più particolari.”

P.: “Sì, è un po’ una presa in giro, ma in realtà deriva da una cosa che lessi moltissimi anni fa: quando venne liberato, Cesare Casella scrisse, insieme a un giornalista, un libro in cui raccontava del suo rapimento. E quando i rapitori lo costrinsero a scrivere una lettera ai genitori dettandogli cosa doveva scrivere, Casella, siccome aveva visto un sacchetto della spesa con il nome di un paese che secondo lui era vicino ma in realtà era lontanissimo, scrisse alcune parole maiuscole, componendo il nome di questo paese. E alla fine dei saluti aggiunse ‘maiu’. Su questo maiu, che per lui era la contrazione di ‘maiuscolo’, gli investigatori si interrogarono tantissimo, arrivando alla conclusione che probabilmente era una ragazza che lui aveva frequentato e che chiamava così, ma che non conosceva nessuno. Tutto questo sforzo titanico che lui ha fatto per cercare di far capire il nome di questo paese quindi, non è servito a niente. Non perché gli investigatori siano stupidi, è che queste cose funzionano nei romanzi. Non è automatico nemmeno nel mio romanzo, perché le paperelle vengono lasciate dal rapitore per una sua motivazione personale. […] Lascia la prima paperella per sbaglio, perché la voleva usare per attirare un bambino, poi trova un uccellino che funziona meglio allo scopo e quando se ne va vede la paperella nello specchietto retrovisore. Nella sua mente si crea una sovrapposizione: la papera è in pericolo, il bambino è salvo, e gli pare cosa buona e giusta. Dato che è un ossessivo, comincia a farlo tutte le volte, con la speranza che qualcuno lo noti. Non se ne accorge nessuno, solo in due si fanno qualche domanda. Alla fine diventa un simbolo molto forte per i lettori e per il protagonista. C’è ma è come se non ci fosse, come effettivamente credo che capiti in molti casi, suscitando anche la frustrazione del criminale in questione.”

A.: “Prima mi dicevi che hai una specie di staff che ti aiuta a mantenere la credibilità e la verosimiglianza della trama, mi dicevi del gps, che non rimanda un segnale, lo acquisisce e basta. La gente ormai è convinta che da una macchia di sangue si possano avere milioni di informazioni, quando non è vero. Invece in ‘Non ti faccio niente’ si trova una costruzione fantastica, i thriller più belli sono quelli credibili. Le cose che ci sono, sono verosimili. Quanto questi tuoi amici ti aiutano?”

P.: “Moltissimo. Ci sono due anatomopatologhe, uno che lavora coi RIS, e un becchino (cosa da non sottovalutare, perché i corpi si decompongono in maniera diversa a seconda dei posti, del tempo, e di tanti altri fattori, e se scrivi di queste cose non puoi ignorarlo. Il tufo può cambiare un intero romanzo!)”

A.: “Quante ricerche ci vogliono per un romanzo così?”

P.: “Quelle che servono, anche quelle banali. Le due anatomopatologhe mi hanno svelato, ad esempio, l’esistenza del tecnico di obitorio, un ruolo di cui ignoravo completamente la presenza e la funzione. Ma anche solo se un personaggio va da Genova a Pordenone, io devo sapere quanto ci mette, e se ci vogliono due ore e un quarto ma il personaggio è in stato di shock, ci metterà di più. Non devo farmi fare l’obiezione né da un anatomopatologo né da un camionista che mi legge. […] Sono banalità, ma ti può leggere chiunque e dunque devi essere preciso per tutti i tuoi possibili lettori.”

Anche il pubblico, durante la presentazione, si è dimostrato molto coinvolto e partecipativo, tanto che sono state fatte importantissime domande sul finale e sulla struttura dei personaggi. La Barbato ha risposto dicendo che spesso la prima cosa che scrive è proprio il finale (è il caso di “Mani Nude”, di cui l’ultima frase corrisponde alla prima scritta dall’autrice), e per quanto riguarda i personaggi afferma che, sebbene non faccia schemi, riesce a tenere ben presente il personaggio in testa e a gestirlo in maniera coerente. Poi sono state fatte delle domande inerenti al lavoro come sceneggiatrice per Dylan Dog.

A.: “Io ti conosco per la Sergio Bonelli. In particolare, per il numero 200, che raccontava del passato di Dylan Dog, quando era un alcolista, e per il ventennale, una delle storie doppie, ‘Xabaras’ e ‘Il nome del padre’, dove riprendi due personaggi che stanno molto a cuore ai lettori, tra cui il gatto nero Cagliostro. Mi ha colpito molto, per quanto riguarda il ventennale, il fatto che tu sia entrata in una storia già esistente (di Sclavi), ma hai svelato dei lati oscuri di Xabaras senza modificare la storia precedente e riuscendo a far tornare tutto. È stato molto difficile o sbaglio?”

P.: “Sì, e poi queste cose le chiedono sempre a me! Mi è stato chiesto anche di riscrivere ‘Il Lungo Addio’. Non ho toccato la storia originale, ma ho cercato di inserirmi nelle anse lasciate tra un pezzo e l’altro. È difficile, sì, ma non puoi imbrogliare, devi poterti muovere negli spazi vuoti. È la grande lezione che Stephen King ci ha dato con ‘Misery’, dove l’antagonista spiegava allo scrittore che se in una storia lui aveva fatto morire la protagonista, non poteva imbrogliare, doveva farla morire e poi riportarla in vita. Il lettore non è un imbecille, bisogna essere molto liquidi e sapersi incastrare.”

A.: “Secondo te che impatto ha avuto ‘Dylan Dog’ sulla letteratura in generale?”

P.: “Al di là del ribaltamento del punto di vista di Sclavi (che si mette dalla parte dei mostri, che spesso hanno dignità maggiore rispetto a chi dovrebbe rappresentare la nostra umanità), ha creato l’eroe debole. Perché Dylan non fa altro che sbagliare, avere deduzioni non realistiche, fare il contrario di ciò che dice e questo ha consentito un avvicinamento enorme tra lettore e personaggio. Dylan non si mette sul piedistallo, ma dice ‘sono a terra tanto quanto te, se allunghi la mano mi tocchi’. Prima i personaggi a fumetti e non venivano messi in una posizione per cui il lettore doveva limitarsi ad osservarli. Il paradosso è che lo stesso effetto l’ha avuto Tex, che è l’esatta antitesi. I lettori si sono divisi in due posizioni: chi vuole qualcuno da ammirare e chi vuole qualcuno con cui identificarsi.”

Ilaria Alleva

24 novembre 2017   |   articoli, come è andata?   |   Tags: , , , , ,