La morte di Morosini e il calcio totale

La morte di Piermario Morosini, ex centrocampista del Livorno, interrompe la routine del calcio e costringe al FIGC all’unico atto di rispetto possibile ovvero quello di interrompere i campionati professionisti italiani. Le reazioni, al di là del buonismo di facciata che devono ostentare tutti gli addetti ai lavori di un certo livello, non sono state tutte positive e molti non sono in grado di comprendere che fermarsi per una pausa di riflessione (per quanto inutile) è l’unico gesto decente che la Federazione poteva fare per non perdere la faccia. Valgano per tutti i vaneggiamenti di tale Gabriele Capasso sul sito di calcioblog.it che lamenta il rispetto per i vivi nel senso dei tifosi che già avevano organizzato il viaggio.

Il giornalista ha l’indiscutibile faccia tosta di non nascondersi dietro il buonismo di facciata e dar voce a quegli esaltati che pretenderebbero che “the show must go on” nonostante tutti e tutto.  E quindi che amici e colleghi di Morosini non abbiano il diritto di prendersi una giornata per stare vicini a chi sta soffrendo la perdita di una persona cara. Che uno debba giocare comunque con la morte nel cuore a meno di due ore dell’avvenuta scomparsa. Il tutto perché c’è chi ha pagato il biglietto.

Questo basta a dimostrare che il “sistema calcio”, vera religione italica, è completamente da rifondare e che si è persa l’umanità che dovrebbe essere necessaria quando si parla di sport. Il caso di Morosini in realtà è solo l’ultima di una lunga serie di drammi sportivi e al di là della consueta statistica che rilega il tutto a numeri piccoli rispetto l’enorme mole di calciatori professionisti in tutto il mondo, dovrebbe farci riflettere su quanto l’esasperazione di questo sport metta a rischia la vita di chi lo pratica.

 È vero, cose strane nel mondo del calcio ci son sempre state, è inutile negarlo. Si cominciò forse con la famosa finale del 1954 dei campionati del mondo in cui la Germania Ovest superò incredibilmente la favoritissima Ungheria di Puskas e Hidegkuti, in cui i testimoni oculari dissero che non avevano mai visto dei giocatori di pallone correre tanto. Infatti il giorno dopo i panzer tedeschi erano quasi tutti ricoverati in ospedale per fortissimi, e misteriosi, dolori al fegato. Fu una delle prime volte che il fisico (e forse il doping) si imponeva sulla tecnica degli avversari, da allora l’aspetto atletico nello sport più popolare del mondo è andato sempre aumentando.
Poi ci sono stati gli strani casi dei giocatori della Fiorentina su cui sembra incombere una maledizione, fra SLA, tumori e malattie varie la lista dei giocatori morti o miracolosamente sopravvissuti è lunghissima.
Ovviamente parlando di infarti sul campo da gioco non si può non accennare ai casi di Renato Curi nel 1977 e Lionello Manfredonia nel 1989, il primo con esito nefasto il secondo per fortuna risoltosi positivamente.

 Ma oggi la situazione è più grave non solo per i casi eclatanti di Morosini o di Muamba (avvenuto in Inghilterra pochi giorni prima) ma per il sempre maggiore numero di infortuni “misteriosi” che avvengono ai calciatori. Si può parlare di Cassano, di Gattuso o di Pato (tutti giocatori del Milan), ma anche di tanti fenomeni estemporanei che giocano una stagione o due a livelli incredibili e poi spariscono dietro banali infortuni o cali di forma inspiegabili che non gli consentono più di ripetersi a quei livelli o che, addirittura, li fan diventare delle vere e proprie schiappe, calcisticamente parlando. Torres, Krasic, Melo solo per far qualche nome.
Il fatto è che il calcio di oggi consuma mente e fisico ad una velocità impensabile fino a due decenni fa. Le statistiche dicono che mentre Garrincha nel mondiale del 1958 aveva circa 4 secondi di tempo (in media) prima che un avversario gli fosse addosso, Del Piero e Totti nel 2006 ne avevano solo 0,5. La differenza in termini di contrasti, urti, lesioni ma anche di stress psicologico è abnorme.

Quando ci si avvicina allo sport da piccoli, si viene a contatto con la medicina sportiva: a volte i medici non accordano il permesso all’attività agonistica a dei ragazzi; ne conseguono pianti disperati e insulti rivolti ai medici da parte dei genitori che volevano avere il nuovo Maradona in famiglia. Poi se effettivamente il ragazzo è promettente il modo per andar avanti spesso si trova con la complicità di allenatori senza scrupoli e direttori sportivi: a volte con un medico meno zelante altre volte foraggiando chi di dovere.
Se fino agli anni 80 questo portava a un piccolo segreto che non importava a nessuno, oggi dopo l’avvento del calcio totale (Zeman ha dimostrato che con giocatori ben allenati fisicamente si possono mettere in difficoltà squadre qualitativamente molto superiori, ma per far questo ne conseguono allenamenti massacranti più volte al giorno), e soprattutto dell’esigenza dello show businesseuropeo di far giocare partite di altissimo livello ogni tre giorni o anche meno, è un segreto molto più difficile da nascondere e i nodi vengono al pettine più spesso.
Poi quando ci scappa il morto, ci si interroga. Giusto. Ma le risposte si conoscono già: campionati nazionali massimo a sedici squadre, stop nei periodi più freddi, coppe europee senza gironi ma ad eliminazione diretta per ridurre il numero delle partite. Il problema è, che ci si interroga a fare se le risposte non ci piacciono?

Alessandro Chiometti

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