DON MILANI, PRETE LAICO

Può essere laico un prete? Andiamo a verificare. Occorre innanzitutto
precisare alcuni caratteri della laicità: la libertà di coscienza, la
separazione tra Stato e Chiesa, la libertà di ricerca scientifica, la
critica al potere temporale del clero, il rifiuto di ogni
fondamentalismo, religioso o politico che sia, la nonviolenza,
l'antimilitarismo, il rifiuto di ogni forma di razzismo.
E occorre poi chiedersi: "Quali di questi valori sono presenti nel pensiero e soprattutto nella pratica di vita di Don Milani"?


Cominciamo con il valore di riferimento fondamentale di ogni forma di laicità, la libertà di coscienza, come fatto esclusivamente legato alla libera di scelta di ogni individuo. Da questo punto di vista Don Milani è una delle voci più alte che si siano levate nel secolo scorso a difesa di questo valore attraverso la grande battaglia per l'obiezione di coscienza al servizio militare, che è testimoniata dagli scritti raccolti sotto il titolo "L'obbedienza non è più una virtù"( 1965).
I cappellani militari in congedo della Toscana in un loro comunicato (Febbraio 1965) avevano scritto, parlando di se stessi in terza persona, "Considerano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà". Don Milani rispose che lui aveva un concetto diverso di patria: " Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri" e concludeva che l'obiezione di coscienza non solo non era estranea al comandamento cristiano dell'amore ma dell'amore cristiano esprimeva la vera essenza.
Un gruppo di ex combattenti lo denunciò per insulto alla patria e ai caduti, si aprì un processo (nel quale fu assolto), il prete scomodo scrisse una lettera ai giudici che è quanto di più alto e nobile un educatore potesse scrivere, specificando di parlare come maestro (laico) e come sacerdote.
Come maestro nella sua scuola di Barbiana aveva raccolto i ragazzi rifiutati dalla scuola ufficiale, i figli dei contadini, che non sapevano il latino e venivano bocciati perché tanto erano destinati a fare anche loro i contadini. Scrisse con questi ragazzi la famosa "Lettera ad una professoressa" (1967), nella quale veniva messa sotto accusa la scuola tradizionale classista e nozionista, che bocciava i figli dei contadini in quanto cretini. Chissà perché, si chiedeva ironicamente Don Milani, Dio fa nascere i cretini solo tra i poveri. Come maestro "non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo di amare la legge è di obbedirla", a volte occorre disobbedire quando si ritiene la legge ingiusta: è il caso del servizio militare obbligatorio che la nostra coscienza per motivi religiosi o filosofici può rifiutare.
Don Milani non si limitava a questo ma precisava che "non c'è cosa più grande che pagare di persona un'obiezione di coscienza .Cioè violare la legge, di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede…chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri…questa tecnica di amore costruttivo per la legge l'ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l'Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l'autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima". Anche agli ordini militari si può e si deve poter disobbedire perché "il soldato non deve obbedire quando l'atto comandato è manifestamente delittuoso". Ma il cardinale di Firenze Florit nella sua lettera al clero (1965) non era d'accordo e precisava che "è praticamente impossibile all'individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità degli ordini che riceve": era evidente la preoccupazione della Chiesa che il principio della disobbedienza potesse essere applicato anche contro le proprie leggi, che prevedono soprattutto l'obbedienza.
È chiaro a questo punto che all'affermazione del tutto laica della libertà di coscienza si affiancava il rifiuto di ogni forma di violenza: " ho evitato di parlare da non-violento. Personalmente lo sono. Ho tentato di educare i ragazzi così… ma la non-violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa".
Questo prete, laico perché evangelico ed evangelico perché laico, che fondava la sua laicità e nonviolenza sulla sua religiosità, non poteva non interferire con gli ingranaggi della Chiesa come istituzione di potere.
Il suo libro "Esperienze pastorali" (1957), nel quale l'apertura mentale democratica e costituzionale tipica del laico e la profonda religiosità del Vangelo si intrecciano, era un mix esplosivo sui problemi dell'attualità politica e sociale, basti citare solo alcune prese di posizione: " la terra appartiene a chi ha il coraggio di coltivarla… il bestiame appartiene a chi ha il coraggio di ripulirgli ogni giorno la stalla".
Era troppo, quel prete troppo laico e un po' comunista andava neutralizzato.
Il libro, che ebbe un successo non comune, venne stroncato dalla rivista dei gesuiti Civiltà cattolica (1958) e su ordine del Santo Uffizio ritirato dal commercio e proibito perché "il libro di Don Milani non chiarisce le idee… ma al contrario confonde le menti, esaspera gli spiriti, scalfisce la fiducia nella Chiesa e suggerisce propositi sconsigliati" e perché il metodo pastorale di Don Milani non era ortodosso, cioè non era obbediente alla dottrina ufficiale.
Quel prete, che aveva ottenuto i consensi della stampa comunista, fu confinato a Barbiana, un minuscolo paesino della Toscana. Vollero fargli un dispetto, non si resero conto che provocarono involontariamente quella che un austero professore di pedagogia di Glasgow definì la più importante esperienza pedagogica del XX secolo. Allora possiamo concludere che questo prete è stato profondamente laico? Se non siete ancora convinti ecco questa dichiarazione che dovrebbe essere la prima espressione di un breviario laico: " Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni".

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