Dolore garantito per legge

Nei giorni scorsi la stampa ha riportato la notizia del suicidio assistito di Vittorio Bisso, consigliere comunale di un paese del Veneto, colpito appena due anni fa dalla SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia ad andamento progressivo che conduce nell’arco di alcuni anni alla completa paralisi del corpo e, infine, alla morte.
Consapevole degli sviluppi della sua malattia, Bisso aveva da qualche tempo pensato al proprio trapasso. Era fermamente deciso a tenere lontano da sé tubi, sondini, flebo e macchine pulsanti, strumenti utili solo a prolungare una vita sempre più difficile e si era organizzato per evitare a sé e ai suoi cari tutto questo. Fino a che era in grado di scegliere ha voluto farlo e i familiari l’hanno sostenuto in questa scelta. Aveva preso contatti con l’Associazione Dignitas, che si occupa di suicidi assistiti in territorio elvetico, e aveva salutato i parenti e gli amici incontrandoli uno a uno. Lunedì scorso è partito per la Svizzera con la moglie e martedì mattina le sue mani hanno portato con difficoltà alla bocca il mix di farmaci che avrebbe spento la sua vita. In pochi minuti ha perso conoscenza e poco dopo è morto. Il tutto senza ombra di dolore. I giornali ci dicono che quando le sue ceneri torneranno in Italia i parenti e gli amici si riuniranno per commemorarlo con una sobria cerimonia laica.
Bisso ha voluto morire serenamente e in modo coerente con le idee che più volte aveva espresso: “No all’accanimento terapeutico” e “Decido io della mia vita”.
Quello che colpisce in questa vicenda, così come ci viene raccontata, è la pacatezza dei sentimenti e il clima di serenità in cui Bisso e i familiari hanno vissuto gli ultimi giorni di vita. Non c’è alcun senso di disperazione né dolore fisico straziante, ma solo la constatazione dell’ineluttabilità di un evento e la matura consapevolezza delle proprie scelte.
Quest’alta testimonianza di dignità personale suscita rispetto e ammirazione, ma subito dopo nascono gli interrogativi. Perché mai per avere una morte dignitosa come quella di Bisso occorre andare all’estero, sobbarcandosi gravi disagi per il malato e la sua famiglia e gravosi oneri economici che non tutti sono in grado di sostenere?
Perché anche in Italia non si consente di poter volontariamente terminare la propria vita sottraendosi al dolore di una lunga agonia, priva di scopo e di speranza, che lacera il corpo del malato e disgrega la rete dei sentimenti familiari?
Perché il malato che non voglia affrontare un futuro privo di dignità in un letto di ospedale non ha oggi vie d’uscita se non quella di un tragico e violento suicidio?
In che cosa la Svizzera è diversa dall’Italia? Perché là sono permessi comportamenti in Italia non consentiti?
In Italia un’uscita “dolce” dalla vita non è possibile – anzi è addirittura vietata e punita dalla legge – e, quel che è peggio, non si parla affatto di una sua futura diversa regolamentazione. E’ un argomento assente dai dibattiti pubblici e dai programmi dei partiti. Sembra proprio che le forze politiche non abbiano alcun interesse a sollevare un problema spinoso che creerebbe gravi contrasti e soprattutto entrerebbe in collisione con una certa cultura che ancora oggi non riconosce un diritto fondamentale della persona, quello all’autodeterminazione, e si oppone ad ogni possibile minima apertura.
Mi riferisco al pensiero della Chiesa cattolica, organizzazione in grado di imporre ai cittadini italiani comportamenti coerenti con le sue astruserie teologiche che affermano l’indisponibilità da parte dell’individuo della propria vita. “Siamo figli di Dio, Egli ci ha regalato la vita e quindi solo a lui spetta togliercela” ci dice il Catechismo. E ancora “Il suicidio è inaccettabile al pari dell’omicidio: un simile atto costituisce il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore” insegna Giovanni Paolo II.
Il guaio è che chi non crede a queste puerilità è costretto a vivere e comportarsi come se ci credesse, perché la Chiesa, nonostante il rispetto per il prossimo continuamente proclamato, fa di tutto per sottrarre ai cittadini, credenti o non credenti, il diritto di disporre della loro vita e del loro corpo..
Può sembrare che la posizione della Chiesa cattolica e quella di chi afferma l’autodeterminazione dell’individuo sulle questioni di fine vita – che definiremo per brevità “laici” – siano equivalenti anche se opposte, ma a ben guardare non siamo alla presenza di una pura contrapposizione tra sì e no. Non si tratta di scegliere tra la vita e la morte come opportunisticamente talvolta si afferma: non è vero che i laici sono per la morte e la Chiesa cattolica per la vita. I laici sostengono per sé e per gli altri, in nome della libertà individuale, il diritto di morire dignitosamente mentre la Chiesa nega tale diritto. Se la posizione laica consente di scegliere cosa fare del proprio fine vita la posizione cattolica impone invece il divieto di scelta. A una facoltà si contrappone quindi un divieto.
Poiché le vigenti leggi italiane non consentono il suicidio assistito né tantomeno l’eutanasia, la Chiesa Cattolica non ha alcun interesse a modificarle. Quasi tutto il mondo politico, attentissimo a tutto ciò che è gradito a Oltretevere, di cui è disposta a esaudire i desideri prima ancora che siano espressi, si guarda bene dal proporre o sostenere qualunque progetto di legge che introduca elementi di novità sull’argomento del fine vita, a meno che questo non peggiori la situazione esistente.
E’ quello che è successo con il disegno di legge Calabrò, relativo alle disposizioni anticipate di fine vita ancora all’esame del Parlamento, progetto che se approvato, peggiorerebbe la situazione esistente costringendo i malati, credenti e non credenti, a un’infinita agonia in un letto di ospedale. Pur di raggiungere questo scopo il disegno di legge giunge a contrastare l’orientamento della comunità scientifica quando classifica la nutrizione artificiale come “sostentamento vitale” sottraendola così alla possibilità di poterla rifiutare.
Intorno agli eventi di fine vita si assiste ancora una volta alla drammatica rappresentazione di quella filosofia del dolore in cui nei secoli si è esaltata la mistica cattolica, ma ancor oggi pienamente valida ed attuale come opportunamente ricordato da papa Giovanni Paolo II: ”Il dolore è una partecipazione alla Passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore che ha offerto in ossequio alla volontà del Padre”.

Dagoberto Frattaroli

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