Calcio, razzismo e ignoranza ora basta davvero

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Il disgusto che c’è intorno al calcio italiano, anche da parte di chi come noi l’ha praticato e seguito per anni, è sempre più giustificato e diffuso.

Stadi vuoti anche nei casi di squadre neo promosse in serie A, partite delle serie inferiori inguardabili e spesso accomodate come hanno spesso dimostrato tante inchieste giudiziarie, giocatori strafottenti che promettono fedeltà ad una maglia solo fino a quando non arriveranno offerte migliori.
In termini di titoli internazionali poi, exploit del 2006 a parte, negli ultimi venti anni il calcio italiano è riuscito a portare a casa solo 4 dei dei quaranta titoli assegnati fra Europa League e Champions League.

Curve sempre più piene di razzismo e violenza nonostante tutti i provvedimenti presi che hanno avuto solo l’effetto di allontanare le famiglie dagli stadi (forse l’unica eccezione riguarda lo stadio della Juventus ma anche in quella gestione i problemi non mancano di certo come testimonia la condanna del presidente Agnelli); il caso degli ultrà laziali che attaccano adesivi con Anna Frank ad indossare la maglia della Roma e le successive figuracce di Lotito sono solo la punta dell’iceberg.

Lo ha dimostrato l’allenatore della Unicusano (al secolo Ternana Calcio, ci scuserete se non ci va di associarci il nome della gloriosa società della città dell’acciaio) che probabilmente in preda a manie di grandezza ha annunciato al mondo quali sono i veri problemi del calcio italiano terrorizzato dal perdere la possibilità di giocarsi il mondiale in Russia nel 2018.

Beh, non ci crederete mai, ma i problemi sono (secondo lui) gli stranieri nelle squadre e il fatto che gli italiani “non menano più come un tempo”.

Cominciando dalla seconda affermazione questa può denotare solo una poca conoscenza dello sport in questione, visto che al di là delle varie leggende urbane che a noi italiani piace sempre raccontarci (ricordate Caccamo che parlava del suo amico “Tommaso ‘o pallonaro” di Mai Dire Gol?), chiunque conosca la storia del calcio sa che i giocatori nordici hanno sempre avuto un approccio molto più fisico del nostro a questo sport. Se non ci credete guardatevi pure il film “Il maledetto United” sulla storia di Brian Clough e il suo fortissimo Derby County che perse la semifinale di Coppa Campioni con la Juventus perché nella domenica precedente il Leeds United aveva massacrato tutti i suoi giocatori migliori. Oppure guardatevi i filmati dei trattamenti riservati ad Eusebio durante la coppa del mondo del 1966 dai giocatori inglesi, o ancora il film “Pelè” su cosa significava affrontare la Svezia in quegli anni.

L’Italia, club e nazionale, ha quasi sempre basato la sua forza in un mix di attaccanti dai piedi fantastici (Rivera, Donadoni, Baggio, Vialli) e centrocampisti e difensori dalla grande capaicità tattica. Peraltro i migliori (Baresi, Scirea, Cabrini, Maldini, Tardelli) sono stati fra i più corretti del mondo.

Ad ogni modo un allenatore che invoca il bisogno di “menare” l’avversario si qualifica da solo e non vale la pena spenderci altre parole.
È il caso invece di esaminare il “problema” degli stranieri nelle squadre da calcio dei club. A parte il fatto che questa regola vale per tutti i club europei da più di venti anni e quindi non si capisce perché se questo fosse davvero un problema, alcune nazionali siano diventate fortissime (Spagna e Germania) e altre come la nostra si siano invece involute.

Il problema del calcio italiano invece è molto diverso e come spesso succede ha radici economiche. Quello che vedete nella foto è uno dei tanti campi di calcio che a Terni da vent’anni a questa parte sono stati riconvertiti a coltivazione di erbacce e defecazioni di cani.

In questa città, solo nel comprensorio comunale, fino alla fine degli anni ’90 c’erano almeno dodici squadre di calcio (oltre alla Ternana ovviamente), che vantavano di avere tutti settori della scuola calcio, dai pulcini (o primicalci che dir si voglia) all’under 18. Poi ovviamente c’era la prima squadra che competeva nei campionati dilettantistici provinciali o regionali.

Allora mandare un ragazzo a giocare a pallone significava spendere intorno alle centomila lire all’anno.
Oggi di squadre che hanno tutto il settore scuola calcio nella stessa città ce ne sono cinque (se qualcuna nel frattempo non è scomparsa dall’ultima volta che le abbiamo contate), e mandare un ragazzo a giocare a pallone può arrivare a costare oltre 100 euro al mese, ovvero 30 volte di più degli anni ’90 alla faccia dell’inflazione ufficiale.

Il risultato è che il numero dei ragazzi che gioca a pallone (in modo organizzato, ovvero alal scuola calcio) è diminuito fino a dimezzarsi e cosa ancora più grave è diventato un gioco possibile solo per chi ha i soldi sufficienti.

Quello che succede a Terni succede in ogni parte del paese, e non è un caso se arriva in nazionale gente che prima non avrebbe calcato neanche gli stadi di serie B. Mancano i ragazzi. Manca il ricambio.

Il 2006 di Totti, Cannavaro, De Rossi, Del Piero, Camoranesi e Buffon è stato a tutti gli effetti il canto del cigno, e non perché “gli stranieri c’hanno rubbato i posti in squadra” come direbbe Mister Pochesci ma perché, anzi, non li abbiamo saputi sfruttare. Cosa che invece la Germania ha fatto benissimo (Khedira, Ozul, Boateng etc.).

Perché questo non è avvenuto? Perché sono stati tagliati i finanziamenti pubblici (prima bastava il totocalcio a far piovere soldi su tutti gli sport del paese) e lo sport nelle scuole in Italia  (a differenza di tutti gli altri paesi europei) non è mai stato curato.

La situazione odierna comporta che se oggi in Italia ci fosse il nuovo Diego Armando Maradona dell’età di dodici anni (italiano o immigrato che sia) probabilmente non lo scopriremmo mai. Soprattutto se la sua famiglia si trova oggi in condizioni economiche equiparabili a quelle della famiglia di Maradona allora.
Il risultato è sotto agli occhi di tutti, anche quelli di un cronista Rai disperato che ripete venti volte durante Svezia-Italia: “Non possiamo non andare al mondiale” come se il nostro fosse un diritto di sangue. Invece la Svezia, casualità in meno casualità in più (i pali e le traverse da sempre fanno la differenza fra la gloria e il rimpianto, chiedere a Pinilla, Trezeguet e Di Biagio maggiori informazioni) si è dimostrata più forte di noi. E se domani non li battiamo a Milano ai mondiali non ci andiamo, punto e basta.

Ad ogni modo l’uscita del mister dell’Unicusano è un ulteriore evidenza che il calcio italiano è allo sbando, economico, politico e organizzativo. Siamo probabilmente siamo destinati a perdere il nostro ruolo di riferimento nel calcio mondiale.

L’ultima cosa che non rimpiangeremo della nostra storia calcistica però sono gli interventi criminali come quello di Benetti che distrusse la carriera di Liguori. E chi dice il contrario ha semplicemente sbagliato sport.

Alessandro Chiometti

12 novembre 2017   |   articoli, attualità   |   Tags: , , ,