About: Quelli erano giorni

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[…] anche quando avevamo i libri a nostra disposizione, molto tempo fa, non abbiamo saputo trarre profitto da ciò che essi ci ci davano. Abbiamo continuato come se niente fosse ad insultare i morti. Abbiamo continuato a sputare sulle tombe di tutti i poveri morti prima di noi.
Conosceremo una gran quantità di persone sole e dolenti nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro:
Ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.

E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”

Per parlare del nuovo libro di Romeo Vernazza (ed. Tempesta editore, 175 pagine, 15,00€) non possiamo che partire dalla fantascienza di Ray Bradbury e il finale del suo classico “Fahrenheit 451”.

Perché in una società dove pennivendoli prezzolati vanno in televisione a dire che il fascismo (e tutto ciò che comporta) è un’opinione come le altre e come tale va rispettata significa che abbiamo dimenticato la Storia e i suoi insegnamenti.

Significa che milioni di persone sono morte invano, nei campi di concentramento nazisti ma anche a Stalingrado, nei Balcani, in Normandia, a Dresda nel Pacifico e ad Hiroshima.

Fortunatamente c’è chi non dimentica e chi non smette di raccontare storie che possano far capire alle nuove generazioni la follia del nazifascismo e del totalitarismo in genere, la follia dell’ambire a imperi coloniali, la stupidità della sete di potere. E soprattutto chi paga sulla pelle i giochini politici di dimissioni, contro-dimissioni, proclami lasciati a metà e sogni folli di pulizie etniche basati su politiche razziste.

Romeo Vernazza (che avevamo già in passato molto lodato per il suo bellissimo “Cenerentola ascolta i Joy Division”) stavolta ci racconta una storia che per lui deve essere molto particolare, che è quella del padre Sàrva, soldato del Grande Esercito Italiano fascista prima e Internato Militare Italiano in Germania poi.

Impegnato in una assurda guerra contro la Grecia, paese da sempre amico che non ci aveva fatto niente e che per di più ci umilia pesantemente ricacciandoci fin quasi a Durazzo prima dell’intervento di Hitler (i cui generali da quel momento comanderanno de facto ogni operazione militare italiana fino a tradire le nostre divisioni sul Don e ad El Alamein, ma questa è un’altra storia) e poi sul fronte dei Balcani a fianco degli Ustascià e delle camice nere di cui, nonostante abbia deciso di raccontare la sua esperienza di questo non riesce ancora a parlare e si limita a dire che ”non si è scavato abbastanza sui nostri crimini di guerra”; Sàrva Vernazza arriva a raccontare la penosa guerra italica fino all’8 settembre quando alla tragedia si aggiunge la farsa.
Dopo il comunicato di Badoglio (ambiguo, ridicolo, imbarazzante) la radio nazionale italiana trasmette solo musica da ballo per giorni! (“Ma sono tutti deficienti a Roma?” arriva a chiedersi uno dei protagonisti). I soldati italiani vanno allo sbaraglio, solo una minima parte riesce a prendere i pochi traghetti a Spalato per Ancona (cosa ancora più amara per chi come noi ha visto il recente Dunkirk di Cristopher Nolan, segno evidente che non siamo mai stati una nazione come le altre); il resto sono preda dei tedeschi che li trattano da traditori chiamandoli “Badoglio” con disprezzo. I prigionieri italiani sono il terzo gradino più basso della scala infernale riservata dalle SS ai prigionieri di guerra. Sotto di loro solo i Russi e poi gli Ebrei.

Cosa essere IMI, Internati Militari Italiani, Vernazza padre ce lo racconta con le parole del figlio senza risparmiarci niente. Dissenterie, infezioni, fame, freddo, botte, uccisioni per gioco o per non aver capito una parola in tedesco, cadaveri che tutte le mattine vengono presi dalle baracche e sbattuti sui furgoni, le adunate e le conte interminabili, le docce all’aperto con la temperatura a meno dieci, l’inferno della miniera e gli incredibili gesti di solidarietà dei civili tedeschi a cui evidentemente gli Imi facevano troppa pena per non provare a portargli qualche cosa da mangiare anche a costo della loro stessa vita.

Leggete tutto questo e poi pensate al pennivendolo prezzolato che invitato da Casa Pound dice in prima serata “il fascismo e il nazismo sono opinioni come le altre”. Ecco.

Noi, italiani brava gente, che ci arrabbiamo a morte se uno ci graffia il suv nuovo, noi che a volte veniamo alle mani perché qualcuno ci è passato davanti alla fila delle poste o della banca, noi che siamo pronti a scannarci se qualcuno non rispetta il rosso o ci taglia la strada.

Pensate cosa dovrebbe fare un ex-Imi quando sente queste cose, pensate allora quanto avrebbe voluto prendere fra le mani coloro che l’avevano tradito fuggendo al sicuro (gli Imi neanche esistevano per le organizzazioni internazionali in quanto Badoglio e “gli altri” erano irreperibili, quindi in Italia non c’era nessuno che comandasse e potesse attivare le vie diplomatiche internazionali) riducendolo quasi a morire di fame e di stenti per due anni in campi di prigionia.
Eppure quello che è incredibile è che nonostante la fame e il freddo e le umiliazioni e la vita che valeva meno della buccia delle patate, centinaia di migliaia di italiani hanno detto no a comode uscite (bastava promettere di andare a combattere per la RSI di Salò guidata da ciò che rimaneva del fantoccio Mussolini) e sono rimasti lì.

Altra cosa veramente incredibile, come è stato sottolineato dagli storici internazionali, è che di “vendette private” alla fine della guerra nel nostro paese ce ne siano state in realtà molto poche, con buona pace di Pansa e tutti gli sciocchi che guardano la Storia dal buco della serratura. E questo traspare anche nel racconto di Sàrva Vernazza che anche ggi sembra incapace di odiare.

Certo disprezza i suoi aguzzini. Certo non ha pietà verso di loro, per lo meno non quella di stampo evangelico e di certo non giustifica mai le loro follie. Però ci sembra davvero incapace di odiare, nonostante tutto.

Se c’è un messaggio di salvezza, per lo meno del tipo “non può piovere per sempre”, nel romanzo è quel “ciao papà” con cui Romeo Vernazza chiude il libro, non nella pacifica rassegnazione dei gesti quotidiani che hanno riportato alla vita normale il protagonista.

La speranza per l’appunto è che noi, figli e i nipoti di quelle persone, non dimentichiamo mai quello che è successo nonostante il continuo tentativo, sempre più di moda, di confondere i carnefici con le vittime, gli oppressi con gli oppressori e gli invasori con gli occupati.

Allora quando vi troveranno in tasca questo bellissimo libro e vi chiederanno perché ve lo portate dietro, voi rispondete pure: “Noi ricordiamo!” E alla fine vinceremo.

J. Mnemonic

3 gennaio 2018   |   articoli, recensioni   |   Tags: , , , , , , ,