Il proibizionismo sulle droghe sta danneggiando la salute pubblica

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Non si scherza. Secondo un editoriale pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) le dure leggi proibizionistiche sulle droghe (non solo sulla cannabis) stanno danneggiando la salute pubblica. E quando anche una delle riviste mediche più antiche e prestigiose del mondo arriva a schierarsi sostenendo la necessità di un cambiamento diretto verso la depenalizzazionee la regolamentazione di vendita e consumo per uso sia medicosia ricreativo di sostanze, i decisori politici dovrebbero proprio ascoltare.

Non si tratta di una semplice presa di posizione ideologica, nel numero del Bmj dedicato all’analisi delle leggi sulle droghe si trovano dati ed esempi concreti che l’editore capo Fiona Godlee, nella sua prefazione all’editoriale principale di Jason Reed e Paul Whitehouse, definisce “indiscutibili”. Fatti che non lascerebbero “nessuna giustificazione razionale perché si continuino a criminalizzare le droghe”.

Nonostante le pesanti restrizioni e le sanzioni previste finora dalle leggi britanniche per lo spaccio, la detenzione e il consumo di sostanze, la Scozia è il Paese con il tasso di mortalità legato alle droghe più elevato nell’Unione europea, un numero che si è raddoppiato negli ultimi 10 anni.

Le stime dicono, inoltre, che ogni contribuente inglese versa all’anno 400 sterline alla guerra alle droghe, ma i ricavi del commercio illecito continuano a crescere a livello mondiale alimentando crimine organizzato e miseria umana. Non per niente esistono studi che hanno dimostrato il legame tra l’ondata di criminalità armata nel Regno Unito e la maggiore diffusione di fentanil e crack nel mercato illecito: le controversie che nascono in questi contesti non possono essere risolte attraverso canali legali e la violenza dilaga. Ecco il principale danno alla salute pubblica, sostiene Godlee.

Secondo gli esperti del Bmj a nulla serviranno le misure previste dalla Serious Violence Strategy per combattere l’ondata di crimini violenti nel Regno Unito: impiegare altri 40 milioni di sterline in politiche proibizioniste. Oltretutto la proposta arriva da un dipartimento governativo che appena quattro anni fa, riportano gli autori dell’editoriale, aveva diffuso un rapporto che sosteneva l’impossibilità di trovare una correlazione tra l’inasprimento delle leggi contro le droghe e la diminuzione dell’uso non medico delle sostanze.

Perché dunque, si chiedono i medici inglesi, non spendere quelle risorse in altro modo? Per esempio investendo in programmi di educazione, di protezione dei minori o di assistenza ai tossicodipendenti. Legalizzando le droghe, regolamentandole e tassandole (come si fa con l’alcol e il tabacco), inoltre, si potrebbero ottenere dei ricavi e contrastare il commercio illegale.

Prima del Bmj a esporsi contro il proibizionismo sulle droghe ci sono state la British Medical Association, la Faculty of Public Health e la Royal Society of Public Health. Più recentemente anche il Royal College of Physicians, che rappresenta 34mila medici in tutto il mondo, ha pubblicato un editoriale a favore della depenalizzazione delle sostanze. Data la sua reputazione e la sua influenza, il Bmj non si espone mai prematuramente, ma ora la rivista è fermamente convinta che siano necessari sforzi per legalizzareregolamentare e tassare la vendita di droghe per uso ricreativo e medicinale: “Questa è una questione su cui i medici possono e devono far sentire la propria voce”.

Mara Magistroni – Wired

16 maggio 2018   |   articoli, filosofia e scienza   |   Tags: , , , ,